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Ci sono casi in cui opere letterarie beneficiano in maniera sorprendente delle proprie traduzioni, come se qualcosa di nascosto nella lingua d’origine riesca ad apparire meglio attraverso la lente di una diversa lingua. Un caso simile è Der Waldgang, saggio del pensatore tedesco ed eroe di guerra Ernst Jünger, uscito nel 1951, il cui significato originario sarebbe pressappoco quello di «il passaggio del bosco», reso invece in italiano come Trattato del ribelle, sulla scia della traduzione francese Le traité du rebelle ou le recours aux forêts.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2021

Se è vero che in questo modo il titolo perde parte del suo mistero, assume al contempo una dimensione ancora più interessante che ci colpisce direttamente, consegnandoci quelle immagini di libertà e di lotta che sono proprie della ribellione. Ribellione che si paleserà piuttosto calzante per la funzione politica e allo stesso tempo esistenziale di quel passaggio del bosco che compare nel titolo in lingua tedesca. Tale traduzione non è fine a sé stessa, e incide su quella del principale soggetto di questo saggio: il Waldgänger, che in italiano viene reso appunto in «ribelle».

Un mito incapacitante?

Waldgänger è vocabolo intraducibile in lingua italiana. Letteralmente sarebbe «colui che passa il bosco», ma più precisamente è una parola che riprende l’antico termine islandese per indicare quegli uomini che, essendo stati cacciati dalla città, si rifugiano nei boschi, in altre parole dei fuorilegge o dei banditi. Segno dei tempi in cui viviamo è però la volontà, da parte di alcuni autori, di proporre come traduzione quella di «imboscato». Tali autori, come Caterina Resta o Manuel Rossini, assicurano di voler ottenere così solo una maggiore aderenza al testo, ma il termine in italiano ha una inevitabile valenza negativa, di vigliacco che fugge la guerra.

Si avrebbero così effetti tragicomici, soprattutto in quelle parti del testo dove essere ribelli e passare il bosco rappresentano un modo concreto di condurre le operazioni militari: «Nel caso di invasioni da parte di un esercito straniero, prendere la via del bosco diventa una tattica di guerra». In questi autori il fraintendimento del Waldgänger va al di là della sola traduzione, ad esempio quando Rossini parla del passaggio al bosco come «via dell’esilio volontario» o del ribelle come una «prima istanza per salvare l’individuo», facendo perdere la radicalità del messaggio di Jünger e banalizzandolo in una dimensione di semplice protesta, peraltro contrassegnata da una passività di fondo e da un implicito qualunquismo.

Il ribelle secondo Ernst Jünger

Ma andiamo a vedere più da vicino cosa intende Jünger con ribelle: «Chiamiamo invece ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo».

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Il ribelle viene quindi definito, in un primo momento, per negazione, anzi come qualcuno che è soggetto alla negazione stessa, al proprio annientamento. Annientamento che gli sottrae terreno da sotto i piedi, impedendogli anche punti di appoggio quale potrebbe essere, ad esempio, la patria. È colui che viene cacciato dalla città, cioè il luogo del potere e delle leggi temporali. A questo punto, però, entra in gioco un altro fattore: la libertà. Quest’ultima viene identificata tramite un rapporto che è nativo, quindi necessario, iscritto nel destino e nell’essere più autentico dell’uomo. Questa dimensione originaria della libertà permette di distinguerla da una libertà in senso individualistico e crea un parallelo con il bosco, nella sua contrapposizione con la città, in quanto il bosco è simbolo di una realtà elementare, che custodisce l’essere. Ma tale rapporto con la libertà non è neutrale: da questa libertà il ribelle viene spinto all’azione, con cui identifica fin da subito un nemico esterno, che è l’automatismo, ma anche un nemico interno, che è il fatalismo, poiché la sottomissione all’automatismo è in realtà un atto volontario. La libertà dell’uomo, infatti, non può essere…



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1 commento

  1. Io mi impegnerei politicamente ma ho una faccia sola e nessuna intenzione di perderla cosa invece certa aggregandosi ai partiti attuali.

    Gli ita(g)liani si lamentan ma poi quando gli chiedi di muovere il culo per fondare un partito che li rappresenti -chi fa da sé fa per tre – hanno sempre improrogabili impegni.

    Quindi mi limito ad informare chi vuole ascoltare e a bonbardare la finanza svegliando i boccaloni che ancora la mantengono “svelando” cosa vi si cela
    https://massimosconvolto.wordpress.com/2016/04/23/infondo/

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