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«Mascolinità tossica: sconfitta!», scrive sul suo profilo Facebook il 5 marzo 2021 Valerio Lundini, comico, autore, membro dei Vazzanikki e ora anche scrittore, con alle spalle la gavetta in radio tra Lillo e Greg e Nino Frassica. Poi la tv e il successo di Una pezza di Lundini su Rai 2. Quella stessa sera, sul palco dell’Ariston, Achille Lauro interpretava uno dei suoi «quadri» gender fluid. E così il romano, classe ’86, senza troppi giri di parole, senza troppe polemiche, usando il linguaggio «dei giovani», debilita le pretese artistiche del trapper (in passato aveva già ironizzato sul mansplaining, peraltro).

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2021

Valerio Lundini fuori dagli schemi

Un dettaglio: lo fa senza che questi – o i suoi fan – se ne rendano nemmeno conto. Già, perché per far ridere ci vuole sottigliezza, ci vuole spontaneità e opportunità, come pure la capacità di sapersi scegliere un pubblico di riferimento: Lundini, in questo senso, si muove come una specie di alieno nel mondo dei comici italiani. Da una parte – che magari è anche la sua, di parte – quei comici nati e cresciuti da un sistema che per brevità definiamo di sinistra, nelle serre bioclimatiche dei divani della Dandini, dei palchi del Primo maggio o dei collegamenti coi talk show, con sconfinamenti poco occasionali su Mediaset; dall’altra, quella comicità inoffensiva, bonacciona, quasi da sagra o da La sai l’ultima?, dei «non schierati» come Enrico Brignano, Maurizio Battista, Angelo Pintus. Un modo di far ridere rassicurante, solo a volte graffiante, ma interamente ripiegato sulle cene coi parenti, le liti con la suocera, il traffico e tout court sulle scene di vita comune.

Lundini, invece, è erede di quell’umorismo che fa del senso di inadeguatezza il suo punto di forza. Non a caso cita tra i suoi mentori Renato Pozzetto, come anche il Celentano attore di commedie – ed è curioso che siano due settentrionali ad ispirare un comico romano. Se vogliamo, Lundini è l’umorismo del cringe: con le situazioni surreali in cui immerge sé stesso e i personaggi da lui creati, ci fa sentire a disagio per proxy, ma ci fa pure immedesimare. Mette in difficoltà gli ospiti vip di Una pezza di Lundini con le biografie campate in aria – l’intervista ad Andrea Delogu è risultata così realistica che molti sui social hanno espresso solidarietà alla showgirl – e si mette lui stesso in difficoltà col set «rimediato», i tempi sconnessi, la voce fuori campo del regista («Spezza!»), il pubblico improbabile di vegliardi. Il suo linguaggio, considerato che nasce in seno a mamma Rai come autore e come intrattenitore, è quanto di più innovativo sia giunto sugli schermi da decenni a questa parte: l’impostazione c’è, è quasi matematica, ma non si vede.

Valerio Lundini non fa satira propriamente detta. Anzi, se ne tiene ben lontano. Il che non significa che la sua comicità non getti uno sguardo critico sul presente. La realtà viene da lui messa in questione deformandola in surrealtà, ad esempio…

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