Roma, 10 nov – Il vocabolo irredentismo è abitualmente adoperato per indicare il progetto politico di riunificare alla madrepatria tutte le regioni abitate da italiani. Anche se esso è legato nella memoria storica anzitutto alle “terre orientali” del Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Dalmazia, è esistito ed esiste un irredentismo di Malta, Corsica, Nizzardo, Ticinese. Il termine è un neologismo ottocentesco, creato sulla falsariga della nozione di «terre irredente», definizione coniata nel 1877 dall’intellettuale napoletano Renato Matteo Imbriani, il fondatore dell’Associazione in pro dell’Italia Irredenta.

La sua data di nascita in senso stretto, non nell’accezione estesa di movimento nazionale italiano, può essere posta nel 1866, quando l’unione del Veneto e del Friuli al regno d’Italia lasciava aperta e irrisolta la questione dei territori abitati da italiani rimasti oltre confine, la cui acquisizione sarebbe potuta avvenire solo a seguito di accordi diplomatici o di una nuova guerra europea.

Inoltre la liberazione di tutti gli italiani dal «giogo austriaco» era un tema del dibattito pubblico nazionale periodicamente agitato dalle forze che si richiamavano al processo risorgimentale e che, nel nome del completamento dell’unificazione nazionale, predicavano la prosecuzione della lotta contro il «nemico ereditario».

L’irredentismo naturale prosecuzione del risorgimento

Di per sé l’irredentismo in senso stretto è la prosecuzione del movimento nazionale risorgimentale, che si proponeva l’unità e l’indipendenza nazionali, per cui esso in fondo rientra in esso, con cui condivide i caratteri basilari. Correttamente, si è proposto talora di chiamare la prima guerra mondiale come IV guerra d’indipendenza nazionale d’Italia, perché tale fu. Tuttavia, si è detto che l’irredentismo nella sua accezione riduttiva ha avuto caratteristiche specifiche, il che è certamente vero perché esso si è dovuto esprimere, socialmente, culturalmente e politicamente, in un contesto differente da quello del mezzo secolo precedente di Risorgimento. Con tutto ciò, l’irredentismo può essere giudicato una delle molte correnti del movimento nazionale italiano, che non era monolitico ma alquanto differenziato fra monarchici e repubblicani, unitari e federalisti etc. Esso, sebbene nella sua accezione ristretta si possa fare risalire soltanto a dopo la liberazione di Roma, quindi il 1870, di fatto era la prosecuzione ininterrotta del movimento nazionale italiano del Risorgimento, quindi era anteriore di molto. È superfluo ricordare che un personaggio simbolico cruciale dell’irredentismo, Oberdan, si recò a visitare l’anziano Giuseppe Garibaldi poco prima della sua morte e partecipò al suo funerale.

Il collegamento fra Risorgimento e Grande Guerra fu consapevolmente ed apertamente rivendicato durante il conflitto mondiale stesso e dallo stato italiano medesimo al momento della dichiarazione di guerra. Ad esempio, D’Annunzio nel suo famoso discorso a Quarto si rivolse ai superstiti dei Mille che erano presenti alla cerimonia, ma si sbaglierebbe a ritenere che l’associazione fra le guerre risorgimentali e quella mondiale fosse una prerogativa dannunziana. Molti altri intellettuali, delle più varie tendenze culturali e politiche, scorsero nella guerra del ’15-’18 la prosecuzione delle altre guerre d’indipendenza combattute dall’Italia nel secolo antecedente contro il medesimo nemico, come Gadda, Omodeo, Slataper, Stupinich, Soffici e molti altri.

Ma l’accostamento simbiotico, epifania di una mentalità, era ampiamente condiviso dai combattenti. Ad esempio, Ardengo Soffici racconta in La ritirata nel Friuli d’aver incontrato un uomo anziano, friulano ovviamente, che aveva perso un braccio combattendo in una guerra risorgimentale e che ora teneva nascosto un Tricolore nazionale nella sua abitazione. Molte lettere di ufficiali, raccolte dall’Omodeo in Momenti della vita di guerra, alludono a parenti o conoscenti che erano stati combattenti nei conflitti per l’indipendenza d’Italia nel secolo XIX. Scipio Slataper aveva avuto uno zio garibaldino e racconta nel suo testo autobiografico d’essersi imbattuto in altri militari che rimpiangevano di non aver potuto prendere parte alle guerre risorgimentali. Si potrebbero condurre numerose altre testimonianze al riguardo, fra cui quelle di Pietro Jahier nel suo celebre resoconto bellico.

Come ha insegnato Gioacchino Volpe nel suo capolavoro Italia moderna, il Risorgimento non incominciò nel 1815 e non si concluse nel 1866, avendo radici che risalivano fino agli inizi del secolo XVIII e proseguendo sino alla prima guerra mondiale.

L’Italia nasce a Roma

Volendo si potrebbe risalire ancora più indietro nel tempo e ricordare che l’aspirazione ad una riunificazione dell’Italia è stata ricorrente da quando l’unità della nazione era andata perduta con la caduta di Roma. Un cattivo luogo comune, che ha una diffusione sociale inversamente proporzionale alla sua attendibilità storica, vorrebbe che l’Italia intesa come nazione fosse una creazione od invenzione del nazionalismo ottocentesco, una specie di “comunità immaginaria” inesistente prima del Romanticismo e di Giuseppe Mazzini. Si tratta di una vulgata che difficilmente avrebbe il consenso degli specialisti, molti dei quali hanno sostenuto l’esistenza bimillenaria del popolo italiano.

Sull’Italia antica un saggio giustamente famoso è «Le origini culturali delle nazioni Gerarchia, alleanza, repubblica» di Anthony D. Smith. [A. D. Smith, The ethnic origins of nations, Oxford 1986; traduzione italiana Le origini etniche delle nazioni, Bologna 1992], che prova l’esistenza già nell’Antichità di una “nazione italiana”.

È indubbio che vi sia stata una continuità etnica e culturale fra la natio di Roma antica e quella posteriore dell’Italia romanica nell’Alto Medioevo, come ha argomentato fra gli altri anche il grande storico Ernesto Sestan. [E.  Sestan, Stato e nazione nell’Alto Medioevo, Napoli 1994, soprattutto il cap. II, pp. 45-105.]

Non si tratta di giudizi isolati, poiché incontrano una buona condivisione. Ad esempio, si può citare il recente saggio «L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000 d.C.» di Chris Wickham, storico inglese docente di medievistica ad Oxford. [C. Wickham, L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000 d.C. Roma-Bari 2016].

Il Wickham incomincia premettendo che l’Europa intesa quale civiltà comune era inesistente nel Medioevo e che inoltre la maggioranza dei popoli oggigiorno esistenti non si erano ancora formati. Tuttavia, vi erano alcune eccezioni a questo proposito: «Dobbiamo riconoscere che alcune di tali identità esistevano. Un buon esempio è dato dall’Inghilterra […] Gli Italiani avevano anch’essi il sentimento di una identità comune […] La separazione geografica il canale della Manica per gli Inglesi e le Alpi per gli Italiani – favorì il processo di identificazione nei due casi». Non soltanto vi era un popolo italiano già nel periodo altomedievale, tradizionalmente incluso fra la caduta dell’impero romano d’Occidente e l’anno Mille, ma gli italiani erano consapevoli di essere tali.

«Per contro, Francia, Germania e Spagna (sia cristiana che musulmana) non potevano vantarne alcuna simile. I Danesi potrebbero averne avuta una, ma in tutta la Scandinavia ci sono buone prove solo per l’Islanda. Le regioni slave iniziavano appena a delinearsi come tali per esprimere una qualunque versione di identità».

Rebus sic stantibus, esistendo l’Italia quale nazione da un periodo di 2000 anni, è naturale e conseguente che vi siano stati ricorrenti tentativi e progetti politici di riunificare la penisola per tutto il periodo compreso fra la caduta di Roma ed il 1861. Si possono ricordare quelli avvenuti sotto i longobardi, ormai completamente latinizzati, Arduino d’Ivrea, Federico II di Svevia, Ladislao re di Napoli, Cola di Rienzo, la repubblica di Venezia etc.

Da questo punto di vista, il patriottismo italiano, anche nella sua forma specifica dell’irredentismo, non è una creazione ottocentesca, potendosi far risalire fino al mondo antico. S’intende che le sue manifestazioni specifiche sono state molto diverse a seconda delle epoche e condizionate dalle differenze culturali, specie nelle loro espressioni politiche. Ma al di là di questa molteplicità e varietà, storicamente inevitabili, si rintraccia una continuità basilare nel senso d’appartenenza ad una medesima comunità nazionale.

Marco Vigna

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