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Roma, 11 mar – Circa 400 anni dopo la sua fondazione, Roma antica fu flagellata da una terribile peste che portò alla morte del più illustre dei suoi cittadini: Marco Furio Camillo. Colui che aveva condotto le legioni vittoriose di Roma contro Vejo, al termine di un assedio durato ben dieci anni, che aveva riscattato con le armi l’onore di Roma contro i Galli guidati da Brenno: pater patriae, fu l’appellativo che si guadagnò dopo una vita trascorsa al servizio dell’Urbe.​ 

Furio Camillo secondo fondatore di Roma

Così scrive Tito Livio nella Storia di Roma (libro VII): “Ma ciò che rese degna di menzione quella pestilenza fu la morte di Marco Furio, dolorosissima per tutti non ostante lo avesse raggiunto in età molto avanzata. Egli fu infatti uomo assolutamente impareggiabile in qualunque circostanza della vita. Eccezionale tanto in pace quanto in guerra prima di essere bandito da Roma, si distinse ancor più nei giorni dell’esilio: lo testimoniano sia il rimpianto di un’intera città che, una volta caduta in mani nemiche, ne implorò l’intervento mentre era assente, sia il trionfo con il quale, riammesso in patria, ristabilì nel contempo le proprie sorti e il destino della patria stessa. Mantenutosi poi per venticinque anni – quanti ancora ne visse da quel giorno – all’altezza di una simile fama, fu ritenuto degno di essere nominato secondo fondatore di Roma dopo Romolo».​

La peste e i rimedi inefficaci

Furono provati tutti i rimedi per salvare Roma dalla peste: un lettisternio, ovvero un convito sacro a cui venivano invitati gli Dèi si rivelò inefficace, non miglior fortuna ebbero gli spettacoli teatrali che si tennero per la prima volta (anche se lo stesso Livio li giudicava inadeguati per un popolo di guerrieri) e uno straripamento del Tevere, proprio mentre erano in corso questi spettacoli, testimoniò l’avversità degli stessi Dèi.​ Ci si ricordò dell’usanza, da tempo dimenticata, di piantare un chiodo da parte del più alto magistrato in carica, una sorta di arcano rituale magico volto a “immobilizzare un male”. Per questo fu nominato dittatore Lucio Manlio imperioso, noto (come la sua gens) per la severa disciplina imposta all’esercito e ai suoi stessi familiari, ma neanche questo tentativo ebbe successo.​
A peggiorare ulteriormente la situazione, nel Foro si aprì una voragine, forse a causa di un terremoto. Nonostante vi si gettasse della terra per richiuderla, la voragine rimaneva sempre tale. Ci si domandò allora in che modo colmarla e gli indovini diedero il responso: solo gettandovi quanto di più prezioso avesse Roma, si sarebbe potuto richiudere l’enorme baratro. Tito Livio descrive che Marco Curzio, un giovane, interpretò che il valore dei suoi guerrieri era il bene più grande di Roma: “Marco Curzio rimproverò i concittadini per essersi domandati se esistesse qualcosa di più romano del valore militare. Poi, calato il silenzio, con gli occhi rivolti al Campidoglio e ai templi degli Dèi immortali che sovrastano il Foro, tendendo le mani ora verso il cielo ora verso la voragine spalancata e verso gli Dèi Mani, si offrì in voto a essi. Quindi, montò in groppa a un cavallo bardato nella maniera più splendida possibile e si gettò armato nella voragine: e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive”​.

Per un riscatto nazionale

​Ora, ai tempi della nuova peste, che sembra minacciare in particolare l’Italia, è saggio rifarsi agli insegnamenti dei nostri avi. Ancora una volta occorre che sia rinsaldato l’asse verticale che lega la nostra Nazione al patto ancestrale stipulato da Romolo. Di contro a politici pavidi e inadeguati, superando l’odio del clero crasso e grasso, abituato da due millenni a speculare sui fedeli. Buon segno è il coraggio e l’altruismo dimostrato da medici e infermieri, pronti a combattere il virus a rischio delle proprie vite. Ecco, solo questo cuore comune, forgiato da un magico crogiuolo, può dar vita ad una nuova linfa, un coraggio che guidi il riscatto nazionale e porti a sconfiggere il virus, così come Roma seppe sconfiggere la peste. I nostri avi hanno portato la civiltà nel mondo, siamone degni eredi.

Marzio Boni



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1 commento

  1. Grazie Marzio ,
    Lei ci ha ricordato con questo articolo

    CHI siamo
    DA DOVE veniamo

    Ci manca un Condottiero che ci indichi DOVE andare .
    e ricordare chi lo fece per ultimo , in questa povera terra che mi ostino
    a chiamare PATRIA , è persino un reato …..

    Ad Maiora

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