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Rimini, 1 giu. – Una rete di finanziamenti che dalla Romagna arriva fino all’Isis. è questo il sospetto che ha portato ieri a indagare nove persone, tra Ravenna e Cesena, attribuendo loro l’accusa di terrorismo. Più nello specifico di “associazione con finalità di terrorismo anche internazionale”.



Gli inquirenti pensano che le moschee della Romagna non solo fossero una sorta di banca per finanziare lo Stato Islamico, ma anche un centro di reclutamento per jihadisti. Probabilmente non a caso mesi fa proprio a Ravenna venne arrestato il primo foreign fighter “italiano”: si trattava di un tunisino di 28 anni, arrivato nel 2011 a Lampedusa con un barcone. Aveva poi raggiunto Ravenna, dove la comunità tunisina del suo luogo di ascita è molto nutrita. Qui avrebbe ricevuto un indottrinamento che lo ha reso pronto a partire per la Siria. Spacciava per pagarsi il viaggio. Dopo essere stato fermato è stato condannato in abbreviato a tre anni e mezzo di carcere dal Gip di Bologna. Dal carcere di Torino, dove è tutt’oggi rinchiuso, il tunisino si era detto pentito e che aveva subito un lavaggio del cervello da persone con cui poi aveva interrotto ogni legame.

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Le nove persone indagate in questi giorni sono tutte residenti ai Rimini e dintorni, ma si tratta di macedoni, albanesi, tunisini e marocchini, il più giovane ha 26 anni e il più vecchio 54. Di professione sono commercianti, piccoli imprenditori nel settore alimentare, operai edili. La Digos e la Guardia di Finanza nei giorni scorsi hanno sequestrato loro telefoni, computer, agende, e tutto quanto potesse essere ricondotto a strumento di propaganda.

Tutti gli indagati sono collocabili su posizioni legate all’islam radicale salafita e il loro centro di riferimento era Rimini, dove da tutta la regione confluivano i musulmani più oltranzisti, che avevano abbandonato le moschee e i centri islamici vicino a casa perché considerati troppo moderati. Obiettivo degli indagati era anche quello di mandare a studiare in Egitto e in altri Paesi del maghreb e del NordAfrica nuovi “fratelli” salafiti che potessero prendere le distanze dai musulmani moderati, considerati infedeli e alla stessa stregua degli occidentali. Viaggi di studio, quindi, che avrebbero portato la reclutamento tra le fila dell’Isis, probabilmente in Siria.

Secondo quanto ha riportato Il Resto del Carlino, che per primo ha dato la notizia dell’inchiesta, nel solo anno 2014 uno degli indagati avrebbe inviato all’estero, nel Balcani soprattutto, denaro per un milione di euro. E quattro di loro sarebbero stati in grado anche di favorire l’immigrazione clandestina, dietro pagamento.

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