Roma, 5 nov – Il poeta Ovidio ci tramanda che, una volta tracciato il solco primigenio sul Palatino, Romolo così avrebbe pregato gli dèi celesti: «Giove, Marte, padre mio, e tu, madre Vesta: assistetemi mentre fondo questa città! Ascoltatemi tutti, o dèi che è doveroso invocare: che questa mia opera si realizzi con l’auspicio vostro! Che a lungo duri il potere di questa terra sul mondo sottomesso, a lei obbedienti l’Oriente e l’Occidente!». Fondare una città non è un atto come un altro. Di certo non è un atto profano. Perché fondare una città significa darsi un’origine, una forma e un destino. Significa fecondare una terra e piantarci radici profonde. Significa proiettare nei millenni la propria volontà di esistenza e di potenza. Significa sfidare l’eternità, far forza alla fortuna e vincere la morte.



Romolo tra storia e leggenda

Come ci narrano i miti antichi, Roma fu fondata in un giorno. Il 21 aprile, per la precisione. A compiere l’atto fatale fu Romolo, il capostipite del popolo che edificherà il più glorioso degli imperi. Nato dall’unione del dio Marte con la vestale Rea Silvia (discendente di Enea e della dea Venere), Romolo era figlio di amore e guerra. Al gesto fondatore del re latino, a questa «urbigonia», la storiografia moderna ha rifiutato di crederci. In pieno positivismo, si pensò addirittura che a Roma non ci fosse stato alcun re. Eppure, a partire dagli scavi di Giacomo Boni nel Foro, le scoperte archeologiche hanno pian piano dato ragione alla tradizione antica. Riesumando il lapis niger, Boni confermò la storicità di un’età regia a Roma. Rinvenendo sul Palatino i resti di una cinta muraria risalente al VIII secolo a.C., Andrea Carandini vi ha scorto l’insediamento urbano fondato da Romolo.

La verità del mito    

In sintesi, nella vicenda di Romolo e del suo gemello divino, storia e mito sono inestricabilmente intrecciati. Il mito parla la sua verità – una verità che si è fatta storia. Ed è proprio a Romolo, a questa straordinaria figura «mito-motrice», che il Primato Nazionale ha dedicato il terzo quaderno della sua collana «I Grandi Italiani». In cento pagine, Stefano Bianchi affronta l’annosa questione della «storicità» di Romolo, per poi illustrare in ogni suo dettaglio la vita del fondatore dell’Urbe eterna. Come i volumi su d’Annunzio e Dante, anche quello su Romolo potrà essere acquistato in edicola – in abbinamento al mensile del Primato – o in anteprima sulla nostra edicola digitale.

Valerio Benedetti

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