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Roma, 15 mag – L’irredentismo italiano in Savoia fu attivo dal 1860 fino alla seconda guerra mondiale, come espressione del tradizionale legame alla dinastia dei Savoia. E, per il suo tramite, al Regno di Sardegna (diventato il 17 marzo 1861 Regno d’Italia). La regione era stata la culla di Casa Savoia e dell’omonimo Ducato sin dal XI secolo. La lingua d’uso del territorio non era né l’italiano né il francese, ma il dialetto savoiardo, facente parte dell’idioma arpitano o franco-provenzale che può essere considerato di transizione tra la lingua d’oïl (l’antecedente del francese moderno) e le parlate gallo-italiche dell’Italia settentrionale. Nel 1560, un editto di Emanuele Filiberto aveva abolito l’uso del latino come lingua ufficiale nei domini di Casa Savoia. Introducendo in suo luogo l’italiano nel Principato di Piemonte e nella Contea di Nizza e il francese in Savoia e Valle d’Aosta.

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Una popolazione legata alla casa regnante

La popolazione savoiarda, pur essendo attaccata alla propria tradizionale autonomia, era profondamente legata a Casa Savoia. Il massimo intellettuale savoiardo, Joseph de Maistre, fedelissimo alla dinastia, addirittura auspicava che il Regno di Sardegna si ponesse alla testa del movimento per l’indipendenza e l’unità d’Italia.

Con l’accordo di Plombières del 1858, Cavour promise a Napoleone III la cessione della Savoia in cambio dell’appoggio nella prossima guerra d’indipendenza contro l’Austria. Nel gennaio 1859 la proposta fu formalizzata con il trattato di alleanza sardo-francese. Con il quale, come ulteriore compenso per la Francia, alla Savoia si aggiunse Nizza. La seconda guerra d’indipendenza si concluse con l’armistizio di Villafranca: Vienna cedette la Lombardia a Parigi, che la girò al Regno di Sardegna, chiedendo in compenso la Savoia e Nizza. Il governo sardo inizialmente rifiutò la cessione perché l’accordo originale prevedeva la conquista anche del Veneto. La situazione si sbloccò quando l’imperatore francese acconsentì che il Regno di Sardegna si rivalesse sull’Emilia e sulla Toscana, che nel frattempo erano insorte e avevano instaurato governi provvisori filo-piemontesi.

La popolazione sabauda era decisamente per lo status quo e contraria a passare sotto Parigi. All’inizio del 1860, più di 3mila persone manifestarono a Chambéry contro le voci di annessione alla Francia. Il 16 marzo 1860, le province dell’Alta Savoia inviarono a Vittorio Emanuele II, Napoleone III e al Consiglio Federale Svizzero una petizione in cui manifestavano la loro volontà di restare uniti al Regno di Sardegna oppure, nella denegata ipotesi, essere annessi alla Svizzera nel caso in cui fosse inevitabile la separazione da Casa Savoia. Nell’aprile del 1860 Francia annette la regione dopo un contestato referendum (130.839 voti – 99,8% – a favore dell’annessione alla Francia, 235 contrari e 71 nulli). Tra il 29 maggio e il 10 giugno 1860 il Parlamento subalpino di Torino ratifica la decisione.

Sorge l’irredentismo in Savoia

Buona parte della popolazione sabauda manifestò contro l’annessione e molti savoiardi preferirono optare per la cittadinanza italiana e si trasferirono in Italia negli anni successivi. Tra questi il conte Luigi Federico di Menabrea, nativo di Chambéry, che fu successivamente presidente del consiglio dei ministri italiano dal 1867 al 1869. Nel 1861 nacque in Italia la “Associazione Oriundi Savoiardi e Nizzardi Italiani”, che durò fino al 1966. Dal 1871, si manifestò nell’opinione pubblica della Savoia un forte sentimento di irredentismo e di ostilità contro l’annessione. Il Comitato Repubblicano della città di Bonneville affermò che “il voto del 1860 fu il risultato di pressioni imperiali, e non della libera manifestazione della volontà del nostro Paese”, chiedendo un nuovo referendum. Per tutta risposta, la Francia inviò 10mila soldati in Savoia per ripristinare l’ordine.

Alla fine dell’Ottocento e fino alla Seconda Guerra Mondiale, la Savoia fu meta di una consistente emigrazione italiana. In particolare dalle regioni padane. Si stima addirittura che un terzo della popolazione savoiarda abbia origini italiane (“Fils de deux patries”, Le Dauphiné libéré,‎ 17 giugno 2008). Oggi vivono in Savoia, a parte la popolazione savoiarda di cittadinanza francese con origini familiari italiane, ben 23mila cittadini italiani emigrati.

L’opposizione al dominio francese e l’irredentismo della Savoia si rinfocolò quando, nel 1919, la Francia ufficialmente pose fine alla neutralità militare di alcune parti della Savoia ed eliminò l’area di libero scambio, originariamente concordata al Congresso di Vienna del 1815 e con il Trattato di Torino del 1860. La Francia fu condannata nel 1932 dal tribunale internazionale per queste violazioni.

L’occupazione durante la Seconda guerra mondiale

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il Partito Nazionale Fascista creò in Savoia un’organizzazione per promuovere l’annessione della Savoia al Regno d’Italia. I savoiardi militanti nella suddetta organizzazione erano circa un centinaio, concentrati principalmente a Chambéry. Nel 1940, l’esercito italiano entrò in Savoia e occupò una piccola parte del paese, per un totale di 832 km² e 28.500 abitanti.

Quando nel novembre 1942 l’Italia occupò interamente la Savoia (oltre a Grenoble e parte della valle del Rodano), gli irredentisti savoiardi filo-italiani sostennero di rappresentare un’ampia fascia della popolazione savoiarda che chiedeva l’annessione all’Italia. La proposta non fu accolta principalmente per le perplessità del Re d’Italia.

Senza escludere annessioni più ampie, venne tuttavia stilato un piano minimo di annessione comprendente le Alpi Marittime, il principato di Monaco e un territorio montuoso comprendente parte dei dipartimenti di Basse Alpi, Alte Alpi e Savoia. Quest’ultimo avrebbe costituito una provincia denominata “Alpi Occidentali” con 116 comuni e 76mila abitanti, con capoluogo Briançon (italianizzata in Brianzone).

Alcuni fascisti savoiardi si arruolarono nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Tutta la fascia territoriale soggetta all’occupazione italiana, compresa la Savoia, come riconosciuto anche dal noto storico francese Raymond Aron (“Histoire de Vichy”), divenne il rifugio privilegiato degli ebrei perseguitati nel territorio governato da Philippe Pétain. Anche i fascisti savoiardi, come tutti i loro conterranei, si adoperarono fattivamente per soccorrere gli ebrei fuggitivi. Fu anche avviato un parziale tentativo di italianizzazione delle scuole della Savoia. Tutte queste iniziative cessarono nel settembre 1943, quando la Wehrmacht germanica sostituì l’esercito italiano nell’occupazione della Savoia.

La Savoia oggi: dall’irredentismo all’autonomismo

Dopo la seconda guerra mondiale, le autorità francesi bandiscono tutte le organizzazioni dell’irredentismo in Savoia. La maggior parte dei loro membri, nel secondo dopoguerra, sostenne lo sviluppo di organizzazioni politiche autonomiste in Savoia, come il “Mouvement Région Savoie” (movimento regionale sabaudo), sorto nel 1972. Oggi il regionalismo savoiardo, incarnato politicamente dalla Ligue Savoisienne fondata nel 1996 ma trasversale a tutto lo schieramento politico, si manifesta sotto vari aspetti e ha recentemente trovato espressione a livello politico nel 2014 con la richiesta congiunta dei due presidenti dei dipartimenti savoiardi (Savoia e Alta Savoia) di costituire un’unica collettività territoriale savoiarda dal nome “Savoia – Monte Bianco”.

Carlo Altoviti

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