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Roma, 16 mag – La Coppa Italia è un pò come la bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno se la piglia. Almeno fino alla fase finale, quando in gioco entrano – o meglio entravano – le otto teste di serie, ossia le compagini che nella scorsa stagione hanno occupato i primi posti del campionato di Serie A.

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Oltre alla solita frase di rito “è un nostro obiettivo stagionale e faremo di tutto per vincerla” tra seconde linee e giovani a cui è stata data la prima possibilità, anche gli ottavi di finale volano via in maniera abbastanza anonima. Gli animi si scaldano inevitabilmente dai quarti in avanti, in quanto tra un incontro di cartello – un derby magari – e l’avvicinarsi della finale di Coppa Italia, la seconda competizione calcistica nazionale guadagna un interesse direttamente proporzionale all’avanzare della competizione. Chi per puntare alla doppietta, chi per non rimanere a pancia vuota, chi per riscattare un’annata storta, chi per mettere in bacheca un trofeo comunque prestigioso.

Due mondi a confronto

E mercoledì prossimo al “Mapei Stadium – Città del Tricolore” di Reggio Emilia, davanti a 4.300 spettatori (20% della capienza), per la finale di Coppa Italia si troveranno di fronte l’Atalanta allenata da Gian Piero Gasperini che, non stanca di stupire, vorrebbe per l’appunto modernizzare la propria sala trofei, e la deludente (in campionato e Champions League) Juventus del “maestro” Andrea Pirlo. Cagliari, Lazio e Napoli le vittime degli orobici, Genoa, Spal e Inter quelle della Vecchia Signora. Nerazzurri e piemontesi, che si ritrovano a duellare anche in campionato per un posto nella coppa dalle grandi orecchie, porteranno quindi in campo importanti ma differenti motivazioni per conquistare la coccarda tricolore. Non limitando però il duello al solo rettangolo di gioco, le due società – e i relativi modi di interpretare il calcio – risultano estremamente diverse.

Partiamo dai tifosi. Quasi 9 milioni per la squadra più amata dagli italiani contro i 300mila scarsi dei lombardi. La prima seguita lungo tutto lo stivale, la seconda, che secondo alcune statistiche nell’ultimo anno ha guadagnato un 20% di simpatizzanti, è la rappresentante pallonara di Bergamo, dove risiede la (quasi) totalità dei tifosi orobici. Senza addentrarci in analisi sociologiche possiamo dire che si tifa Juve per il blasone e Atalanta, al contrario, per un senso di appartenenza comune.

Giovanili, trofei e bilanci

Altre sostanziali differenze le abbiamo sulla gestione del settore giovanile. Fiore all’occhiello della società guidata da Percassi, si è sempre rivelato un vero serbatoio per la prima squadra. Una gestione lungimirante del vivaio ha portato al contempo nel corso degli anni un ritorno sia per le casse atalantine sia per tutto il movimento nazionale. Da Zingonia infatti provengono – tra gli altri – Consigli, Bastoni, Caldara, Conti, Zappacosta, Baselli, Bonaventura, Gagliardini, Grassi e Zaza. Discorso diverso per chi è di casa a Vinovo, dove storicamente la meglio gioventù dopo una toccata e fuga tra i “grandi” si ritrova a girovagare l’Italia. In prestito o come contropartita tecnica.

Crudeli sono anche le comparazioni tra le bacheche. Una Coppa Italia e 5 volte la Serie B a Bergamo contro la settantina di trofei (nazionali e internazionali) in mostra alla Continassa. Per non parlare del potere di spesa: la Dea ha un monte ingaggi lordo di circa 40 milioni di euro, i bianconeri circa cinque volte tanto (205) con il solo Cristiano Ronaldo che è a bilancio per 31 netti. Parlando sempre di fredda contabilità, nel 2020 grazie a plusvalenze e premi continentali l’Atalanta ha però generato profitti per quasi 52 milioni – in utile per il quinto anno di fila, caso più unico che raro nell’attuale mondo pedatorio – mentre la Juventus è in rosso per 71 (l’anno precedente la perdita si era “fermata” a quota 40).

Finale di Coppa Italia: la parola al campo

Quanto sopra descritto, che fa sembrare impari il confronto, è riconducibile a dinamiche che stanno al di fuori dal rettangolo di gioco. Soprattutto in gara secca passato, programmi e portafoglio contano ben poco. Ci si affida piuttosto all’esperienza dei senatori bianconeri e alla ventata di novità portata dei terribili ragazzi capitanati da Rafael Tolói. Alle giocate di Chiesa e al moto perpetuo di Pessina. Agli automatismi del Gasp – ormai studiati da mezza Europa – e al ventaglio di scelte a disposizione di Pirlolandia. E ai gol – perché sono quelli che contano – di CR7 e di Muriel. Nonostante tutto la partita è più aperta che mai in quanto il calcio non è (ancora) un algoritmo. Per dirla con Mosca, buona finale di Coppa Italia a tutti!

Marco Battistini

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