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Roma, 31 mag – Tra le figure dimenticate della nostra cultura o, peggio, ricordate solo per il motivo sbagliato, c’è sicuramente quella del filosofo Giuseppe Rensi, il cui nome dice poco o nulla anche a molti studiosi della materia e che, essendo nato a Villafranca di Verona il 31 maggio 1871, oggi compirebbe 150 anni. Nei rari casi in cui viene citato, se ne dà quella che Marcello Veneziani ha definito «un’immagine adelphiana», quindi decontestualizzata, oppure se ne ricorda l’opposizione al fascismo che, tuttavia, riguarda solo un aspetto della vita di questo geniale pensatore.

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Giuseppe Rensi accanto a Mussolini

Avvocato e socialista, aveva diretto Lotta di classe e collaborato con Critica sociale di Filippo Turati e con Rivista popolare di Napoleone Colajanni. In seguito ai moti milanesi del 1898, fu costretto a lasciare l’Italia e a rifugiarsi nel Canton Ticino. In Svizzera Rensi si fermerà per dieci anni, divenendo presto un punto di riferimento dei socialisti italiani lì emigrati, tra cui un giovane romagnolo dagli occhi spiritati. Nel 1904, infatti, Mussolini, renitente alla leva, era stato arrestato a Ginevra: per iscriversi all’università aveva fornito un passaporto scaduto e fraudolentemente modificato affinché sembrasse ancora valido. L’imbroglio fu scoperto e Mussolini arrestato. A quel punto i compagni si mobilitarono affinché l’attivista, nel frattempo espulso dal cantone di Ginevra, non fosse riaccompagnato alla frontiera italiana e quindi consegnato alle autorità militari che lo avevano nella loro lista nera. Fra i più attivi nella campagna per Mussolini ci fu appunto Giuseppe Rensi, nelle vesti di avvocato dell’emigrazione socialista. Dopo l’esilio, il filosofo tornò a Verona, fece per un breve periodo l’avvocato e poi divenne professore di filosofia a Bologna e in seguito a Firenze e a Genova.

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L’adesione al fascismo

Nel 1919 aveva subito aderito al fascismo, auto-nominandosi suo precursore filosofico. Rensi aveva anche giustificato lo squadrismo come autodifesa e controrivoluzione preventiva, di fronte alla minaccia del “biennio rosso”, pur auspicando un rapido ritorno alla legalità. Mussolini in persona gli aveva chiesto di scrivere sul Popolo d’Italia sin dal 1919 e nell’ambiente era generalmente considerato come un importante anticipatore teorico. Anzi, «il […] maestro più integrale e più suggestivo» del fascismo, secondo un articolo anonimo uscito su La Sera del 14 dicembre 1922. Secondo Emilio Gentile, «l’influenza di Rensi sulla formazione scettico-relativista della concezione politica d Mussolini […] fu in verità molto importante». Dal 1922, Margherita Sarfatti lo aveva invitato, sempre a nome del capo del fascismo, a scrivere anche su Gerarchia. Dalla metà del 1923, tuttavia, le collaborazioni si interruppero e nel 1925 troveremo Rensi tra i firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti.

Le stesse idee, dall’altra parte

Che era accaduto, nel frattempo? Semplicemente che il filosofo, anti-gentiliano viscerale (ma, come spesso accade, soggetto a un segreto gentilianesimo implicito), aveva preso consapevolezza che quello fra i fascisti e Gentile non era un innamoramento passeggero. Mussolini, insomma, aveva scelto come precursore e intellettuale di riferimento Gentile e non lui. Rensi passò allora dall’altra parte (ma bisogna ricordare che prima chiese alla Sarfatti di intercedere presso Mussolini affinché non vi fossero rappresaglie squadriste contro di lui). Mussolini, del resto, aveva sempre un debole per i vecchi compagni di lotta degli anni più difficili dell’esperienza socialista. Nei Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac, inoltre, il capo del fascismo fa riferimento a quando, «nei primi anni del secolo», si ritrovava nella casa di Pasquale Boninsegni, dove, «sulle orme della filosofia libertaria di Giuseppe Rensi, si ragionava già in termini di regimi e di antidemocrazia».

In effetti, Rensi aveva sviluppato un pensiero che andava nella direzione delle idee e persino del temperamento di Mussolini. Scriverà lo storico Emilio Gentile: «La filosofia di Rensi, applicata alla politica, fornì a Mussolini consistenti argomenti per confermare la validità della sua ideologia relativista e attivista, come pure per giustificare , con citazioni del pensiero contemporaneo, la modernità della sua spregiudicata condotta pratica come capo del fascismo. Egli ne traeva motivo per esser ancor più convinto del fatto che nella storia le ideologie, come i sistemi teorici, non avevano alcun valore se non si trasformavano in miti per entusiasmare le masse, per organizzarle, per spingerle all’azione».

Per il filosofo veronese, infatti, l’essenza della realtà consiste «nell’urto eterno, nella contraddizione irresolubile, nella insanabile antinomia, tra cittadino e cittadino, tra cittadino e Stato, tra partiti e governo, tra popolo e popolo» e di conseguenza «dalla politica interna alla politica internazionale, constatammo sempre scritto in largo ciò che la mente umana ha in sé, l’antilogia, l’antitesi, la scissione incolmabile che ne spezza irrimediabilmente l’unità». Questa consapevolezza matura in Rensi non solo grazie a letture originali e non comuni – dal neoidealismo a Nietzsche, da Guyau a Leopardi, dalla filosofia antica alla metafisica orientale – ma anche in seguito alle urgenze della politica internazionale.

L’avanguardia del postmodernismo

L’evento decisivo che condusse Rensi al relativismo fu infatti la Grande guerra, a cui non a caso è dedicato un capitolo dei Lineamenti di filosofia scettica. La guerra squaderna agli occhi del filosofo la disintegrazione del senso, la natura conflittuale della realtà, l’impossibilità di attingere a una verità unica e condivisa. Scrive Rensi: «Il vedere fedi diverse dalle nostre ostinatamente erigersi contro le nostre, è una scuola vissuta di relativismo; l’assistere al tramonto o alla rovina di concezioni e sistemi che parevano solide come il suolo su cui posiamo i piedi, suscita appunto la sensazione che desta un cataclisma tellurico, quella che nulla vi sia più di fermo e di certo». Questa ontologia deflagrata, a ben vedere, ricorda molto il paesaggio filosofico in cui si muoverà, decenni dopo, il postmodernismo filosofico e di cui abbiamo appena parlato. Anche Rensi crede nell’impossibilità di affidarsi a “metanarrazioni”, a visioni onnicomprensive, veritative, razionali, ammantate della pretesa di poter spiegare in modo definitivo la contraddizione del reale. Quando Rensi si guarda intorno e vede nella guerra la «attestazione cruenta di questa lamentevole polverizzazione della ragione in tanti piccoli mondi chiusi e senza ponte di razionalità, inconciliabili», sta dipingendo esattamente il paesaggio ontologico, epistemologico, linguistico e politico tipico del postmodernismo.

L’attualità di Giuseppe Rensi, per creare nuove tavole dei valori

L’elemento che costituisce lo scarto radicale fra lo scetticismo rensiano e il pensiero debole è il fatto che per il pensatore veronese la conflittualità irriducibile delle visioni del mondo non si risolve nell’agone democratico tramite il libero confronto e il rimando ultimativo alla decisione della maggioranza ma, al contrario, in un decisionismo assoluto, nella potenza risolutiva che taglia il nodo di Gordio con un atto di assoluta libertà, volontà, forza, senza avanzare né pretendere ragioni ma riconoscendo anzi la propria arbitrarietà totale. In questo senso, la radicalità rensiana è particolarmente attuale nel paesaggio contemporaneo, dove alla caduta delle vecchie certezze si pretende di sostituire un ordinamento culturale «fluido» (soluzione postmoderna) o la restaurazione pura e semplice delle vecchie sicurezze (soluzione conservatrice). È invece proprio l’accettazione definitiva del nichilismo e l’affermazione di una libera, innocente, volontaristica creazione di nuove tavole dei valori che può trarci fuori dalle secche delle aporie contemporanee. Ripartendo anche dal filosofo Rensi, nonostante la parabola politica dell’uomo.

Adriano Scianca

 

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