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Roma, 9 mag – Sembra proprio che Julius Evola abbia trovato a Sutri una vera e propria patria adottiva. Già nell’ottobre del 2018, il neosindaco del pittoresco borgo della Tuscia, Vittorio Sgarbi, aveva intitolato al filosofo Evola una strada. Quello che però in pochi sanno è che il «barone», prima di diventare filosofo, era stato anche artista. E non un artista qualunque, bensì uno dei massimi esponenti italiani del dadaismo. Può sembrare strano che il tradizionalista Evola abbia mosso i primi passi nell’astrattismo artistico delle avanguardie primonovecentesche. Eppure è proprio così, e grazie a Sgarbi il volto meno conosciuto di Evola viene ora disvelato nella mostra Luci e ombre, inaugurata ieri a Sutri e aperta al pubblico fino a gennaio.



Sgarbi e il «Kandinskij dimenticato»

A Sutri, insomma, potranno essere ammirate numerose opere di Evola, che Sgarbi ha raccolto da altrettanto numerose collezioni private. Per la maggior parte si tratta di quadri, dipinti che ricordano da vicino Vasilij Kandinskij, il padre della pittura astratta. Non a caso, Sgarbi ha parlato dell’Evola dadaista come di un «Kandinskij dimenticato». Ma non mancano neanche un tavolo e un vasetto di terracotta smaltata con motivi alchemici, così come dei componimenti poetici che di recente sono stati adattati e musicati da Giorgio Calcara e Massimiliano Cocciolo, e che fanno da sottofondo sonoro alla sala della mostra dedicata a Evola e Depero.

Evola a Sutri

Insomma, tra il 1915 e il 1921, il «barone» seppe attraversare e poi superare le avanguardie di inizio Novecento. Lo stesso Evola suddividerà la sua produzione artistica in due periodi: quello dell’«idealismo sensoriale», più vicino al futurismo di Balla e Marinetti, e quello dell’«astrattismo mistico», che invece prendeva ispirazione da Tristan Tzara e dal movimento Dada. Schegge di colori e spiritualità che Sgarbi, con la sua mostra a Sutri, ha saputo restituire al grande pubblico, infischiandosene della scomunica che la cultura dominante ha fatto ricadere su Evola e tutta la sua opera.

Valerio Benedetti

foto di Cristina Gauri

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