Roma, 21 gen – Alla fine dello scorso anno è stato dato alle stampe un volume tanto fondamentale quanto, di fatto, ignorato. Stiamo parlando di Sovranità o barbarie: il ritorno della questione nazionale (Meltemi; pp. 316, € 20). Gli autori del libro sono Thomas Fazi, giornalista e traduttore, e l’economista australiano William Mitchell. Ebbene, questo bel volume può essere considerato come il manifesto della sinistra sovranista. Vale a dire di quella sinistra (minoritaria) che, a differenza di quella mainstream, non ha affossato la sua tradizione culturale e non ha tradito i suoi referenti principali (i lavoratori) per sposare la causa del grande capitale finanziario e del globalismo cosmopolita (ogni riferimento al Pd e alla sinistra cosiddetta «antagonista» è puramente voluto).

La rottura definitiva tra questa sinistra e quella dominante è ben spiegata da Carlo Formenti, il curatore della collana (dal nome significativo «Visioni eretiche») in cui è stato accolto il libro di Fazi e Mitchell: «Se oggi – si legge nella prefazione – quelle idee [del movimento operaio, ndr] appaiono eretiche, al punto da esporre chi le sostiene alle accuse di “rossobrunismo” da parte della nuova ortodossia, è perché tutte le sinistre – dai socialdemocratici più moderati agli antagonisti più radicali – hanno subìto, nel giro di qualche decennio, una mutazione culturale, politica, direi quasi “antropologica”, di portata tale da cambiarne il codice genetico». Il j’accuse di Formenti e degli autori è dunque diretto esplicitamente contro quelle «sinistre degenerate» che si sono schierate dalla parte della «controrivoluzione neoliberista».  

Il libro ripercorre agilmente tutte le tappe che hanno portato, alla fine del «trentennio glorioso», alla controffensiva del neoliberismo trionfante. E il principale nemico di questa controffensiva era, appunto, lo Stato-nazione, ossia «la sola cornice in cui le classi subalterne possano sperare di migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia». Lo Stato nazionale, dunque, è visto come l’unico garante possibile della sovranità popolare e come il baluardo dei lavoratori di fronte a organismi sovranazionali e post-democratici come l’Unione europea e la Bce. Il processo avviato all’inizio degli anni Settanta – a seguito dello shock petrolifero del 1973 – è dunque considerato (correttamente) dagli autori come un lento ma inesorabile processo di «desovranizzazione» e «depoliticizzazione» dell’Italia. Un processo che, peraltro, la sinistra comunista ha accettato e persino promosso.  

Quello che gli autori denunciano è dunque la perdita della sovranità nazionale, tanto da elevarla a pietra angolare di ogni «buona politica». È significativo, del resto, che il titolo del volume (Sovranità o barbarie) evochi chiaramente un noto slogan della sinistra pre-conversione al neoliberismo («socialismo o barbarie»). E i maggiori responsabili di questa catastrofe politica sono ben individuati da Fazi e Mitchell: oltre alle sinistre moderate o radicali, i principali nemici della sovranità italiana sono l’Unione europea (con il ruolo preponderante di Francia e, soprattutto, Germania), una classe dirigente inetta e impreparata, nonché quasi tutto l’establishment economico-finanziario della nostra nazione (da Confindustria a Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi, sino ad arrivare a Mario Draghi, Mario Monti e ai paladini dell’austerity). Le soluzioni proposte – e ben argomentate – dagli autori sono pertanto l’uscita dell’Italia dalla Ue e dall’Eurozona, con il pieno recupero della sovranità politica, fiscale e monetaria, nonché l’avvio di una politica economica basata su salde coordinate post-keynesiane, e cioè: «Piena occupazione, espansione del welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle aree economiche strategiche, controllo democratico sulle decisioni di investimento e produzione, pianificazione industriale, asservimento della finanza ai bisogni della collettività». Si tratta, com’è evidente, di un ribaltamento radicale del dogma neoliberista, basato su contenimento della spesa e dei salari, cambi fissi, austerità. Insomma, Sovranità e barbarie – eccetto alcuni passaggi discutibili, come un improbabile paragone tra il federalismo spinelliano e una fumosa «filosofia nazifascista» – è un libro ben scritto e ben argomentato, che merita di essere letto e meditato.   

La sinistra sovranista, com’è noto, non nasce oggi. Il problema è che – a parte sparute eccezioni – se ne erano perse le tracce. Eppure questa sinistra esiste, è vitale e va, pertanto, ascoltata. Anche perché una parte del suo patrimonio culturale è geneticamente, squisitamente sovranista. Senza contare i nomi più noti di Costanzo Preve e Diego Fusaro, infatti, la cosiddetta scuola economica eterodossa è quanto di più prezioso abbia prodotto quell’area politica. Superando certe incrostazioni marxiste, come ad esempio la «teoria del plusvalore», la scuola eterodossa ha elaborato teorie macroeconomiche che sono autenticamente sovraniste. Pensiamo, per rimanere in Italia, a nomi come quelli di Alberto Bagnai e Sergio Cesaratto. E non è un caso che Bagnai, per perseguire il suo progetto sovranista, abbia dovuto abbandonare la sinistra per abbracciare la Lega salviniana (a prescindere dalle retromarce di Salvini, l’endorsement di Bagnai fece scalpore). Insomma, la tanto evocata dissoluzione della dicotomia destra/sinistra in favore della contrapposizione sovranismo/globalismo sembra prendere sempre più forma. Ci sarà, nell’ampio ed eterogeneo fronte sovranista, la lucidità e la volontà – da destra e da sinistra – di prenderne finalmente, definitivamente atto?

Valerio Benedetti

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