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Roma, 5 lug – L’identità comune di uno Stato o di una nazione non si traducono mai in una memoria condivisa, ma sono piuttosto un intreccio di memorie plurali che rendono impossibile una “narrazione unificata del passato” (Manuel Cruz) ed una sua forzata omogeneizzazione. Questo significa che non poche volte queste memorie possono entrare in conflitto tra loro, ma sempre servendosi dei meccanismi tipici della memoria culturale, a partire dalla ricostruttività. In altre parole, si vuole ricostruire il passato, ovviamente in linea con la propria agenda rivendicativa, attraverso un processo simultaneamente di appropriazione, critica, preservazione e trasformazione. E’ chiaro, di conseguenza, che tale modo di procedere tenda necessariamente a semplificare la realtà storica, andando contro la complessità delle dinamiche della storia, e non possa quindi mai essere una perfetta, fedele rappresentazione del passato, né tanto meno che ce lo possa restituire (lo stesso passato) nella sua totalità e complessità.

Appropriazione del passato

Se si guarda a quello che sta succedendo oggi col Black lives matter, ci si accorgerà subito della riproposizione letterale della strategia ‘memoriale’ accennata più sopra. I manifestanti vogliono infatti ricostruire il passato americano sulla base delle loro richieste, e per far questo ricorrono esattamente ai mezzi indicati in precedenza. Tendono, cioè, ad appropriarsi di quei ‘segmenti’ di passato a loro favorevoli, a criticare quello che invece rappresenta la memoria contro cui combattono (da qui il furore iconoclasta), a preservare ciò che è coerente e omogeneo col loro progetto, al fine di trasformare la memoria culturale della nazione americana, imponendo come minimo una nuova memoria egemone, chiaramente ‘di parte’.

Un attacco alla memoria pieno di contraddizioni

Ora, a parte l’ovvia considerazione che chiunque non si riconosca in questo gigantesco tentativo di riscrizione della memoria debba prendere risolutamente partito contro di esso, abbandonando pavidi distinguo e atteggiamenti equidistanti nella forma quanto pusillanimi nella sostanza, c’è da notare come quest’attacco alla memoria, se pure apparentemente univoco, celi in sé una molteplicità di contraddizioni che vanno fatte emergere con forza. Siamo sicuri, ad esempio, che neri, asiatici e chicanos non possano dar vita a loro volta a memorie tra loro concorrenti, finendo per rendere il quadro ‘memoriale’ sempre più confuso e conflittuale? E dov’è andato a finire il tanto vantato decostruzionismo, che sembra valere, a quanto pare, solo per i percorsi memoriali dell’identitarismo ‘bianco’? E la corporazione degli storici di professione cos’ha da dire su ciò che sta avvenendo? E siamo davvero sicuri che tale lotta sia inclusiva e non divisiva, come recita il mantra ‘progressista’, e non piuttosto perfetta nel lacerare irreparabilmente nazioni e società? E così via…

Giovanni Damiano

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