Roma, 30 set – “Per due giorni e due notti la città fu abbandonata al saccheggio e le donne, le ragazze e i fanciulli furono deliberatamente lasciati da Annibale in preda alle violenze e agli stupri della soldataglia. Ciò che ebbero a patire quegli sventurati è indescrivibile, ma i pochi che sopravvissero e poterono raccontare ciò che avevano visto dissero che non c’era prigioniero che non invidiasse la sorte di coloro che erano caduti con onore con la spada in pugno. (…) La città fu distrutta duecentoquarantadue anni dopo la sua fondazione. Sedicimila persone furono massacrate. Seimila, quasi tutte donne, ragazzi e bambini, furono vendute in schiavitù. Duemilaseicento si salvarono fuggendo dalla porta orientale perchè i barbari si erano abbandonati al saccheggio e non badavano più ad altro. Dionisio, alla testa di un drappello di una cinquantina di cavalieri, li trovò mentre marciavano nel cuore della notte”.

Il Tempio G risorge tra le rovine di Selinus

Descrive così, l’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi, il violento tramonto sulla maestosa Selinunte, nel bellissimo romanzo storico Il Tiranno. La città greca della Sicilia occidentale era tra le più grandi e prospere del mondo antico, affacciata sul Mare Mediterraneo e scaldata dai venti africani. Essa vantava straordinarie ricchezze e giganteschi monumenti paragonabili solo alla dorata Agrigento, custodendo tra le sue mura quello che ad oggi sappiamo essere il tempio più grande di tutta l’antichità mediterranea. Dopo oltre duemila anni, oggi le sue colossali colonne alte sedici metri, torneranno a svettare sul parco di Selinunte. Dalle rovine dell’antica Selinus, rimaste ammassate per millenni a ricordo della terribile invasione cartaginese, risorgerà incredibilmente il famoso Tempio G. Dopo oltre 10 anni di discussioni, ora la virtuosa opera in programma, prevede finalmente un progetto di studio, restauro e musealizzazione, finanziato con cinque milioni di euro dalla Regione Sicilia.

Da Manfredi a Sgarbi per la ricostruzione

L’idea era balzata alla mente del grande archeologo italiano e divulgatore storico, Valerio Massimo Manfredi, che in Sicilia, e in particolar modo a Selinunte, ha concentrato parte dei suoi studi e scritti. La proposta del noto scrittore edito da Mondadori, negli anni, è stata avvalorata da grandi personalità e firme del mondo intellettuale internazionale. Tra questi, ovviamente, oltre all’ex assessore siciliano e archeologo accademico, Sebastiano Tusa, non poteva mancare il Vittorione nazionale. Ancora 10 anni fa, Vittorio Sgarbi fu tra i primi a dare eco al sensazionale sogno di Manfredi di veder risorgere, in un’area stuprata dall’abuso edilizio e in un’era di costruzioni senz’arte, uno dei più imponenti templi del mondo antico. Sgarbi all’ora annunciò l’idea di V.M. Manfredi a Milano, trovando non pochi mecenati disposti a finanziare privatamente il progetto. Come troppo spesso avviene però in Italia, tra burocrazia, leggi e instabilità politica che castra i progetti a lungo termine, della ricostruzione del tempio non se ne fece più nulla. In realtà, però, oggi il progetto ha subito non poche modifiche; tanto da essere notevolmente ridimensionato. Non sarà più dunque l’intero Tempio G a dominare l’antica Selinunte, ma bensì tre delle sue ciclopiche colonne. La ricollocazione delle colonne, dunque, sarà lo step finale del progetto per il quale è già al lavoro un team di super esperti, tra i quali vi saranno il dirigente dei Beni culturali Claudio Parisi Presicce e, con nostro immenso piacere, lo stesso Valerio Massimo Manfredi.

Il Tempio sacro ad Apollo

Quello finanziato dalla Regione Sicilia, è un progetto che passerà alla storia. Solo qualche mese fa, l’immenso parco archeologico di Selinunte è riuscito a ridefinire per intero la sua agorà che conta ben 33 mila mq. In questo vastissimo parco ricco di monumenti e antichità, il Tempio G, greco e di ordine dorico, che risale al V secolo a.C., con una lunghezza di ben 109 metri, largo 50, e con ciascuna colonna che si innalzava per oltre 16 metri, è il tempio conosciuto più grande di tutta la laboriosa area mediterranea. Posto sulla sacra collina orientale che accoglie i resti di altri templi dell’antica città greca, il Tempio G era probabilmente dedicato al dio Apollo. La sua costruzione probabilmente avvenne in periodi diversi, trovando anche diverse modifiche estetiche: la facciata est, ad esempio, risulta più arcaica, mentre quella ovest, sicuramente di ispirazione più classica. Il tempio si erigeva su 8 colonne sul fronte e 17 sui fianchi, con il peristilio che circondava un naos suddiviso in tre navate. Anche a causa delle sue colossali dimensioni, si ipotizza che fosse un tempio ipetrale, ovvero privo di copertura.La costruzione del tempio durò alcuni decenni e, anche se in funzione e completo nella sua struttura architettonica, i suoi elementi non vennero mai rifiniti. Probabilmente non ce ne fu il tempo. Come avvenne per altre città, popoli e civiltà del passato, probabilmente esso crollò sotto i tremendi fendenti dei Punici di Annibale e per eventi naturali, forse legati ai disastrosi terremoti che, soprattutto in età medievale, colpirono brutalmente la Sicilia.

In piedi sulle rovine

Quella di oggi è una notizia straordinaria per tutti gli amanti dell’archeologia e del mondo antico, quanto per la bellezza classica espressa dall’arte mediterranea dei nostri avi. Non è certo l’unico caso di ricostruzione di antichi monumenti; dall’Alpi a Sicilia, passando per l’Urbe, di esempi ne abbiamo diversi. La maestosa opera di ricostruzione delle colonne ciclopiche del Tempio G, però, se possibile potrebbe tornare oggi a scaldare il cuore degli uomini della tradizione. Tre altissime colonne doriche che, in nome di Apollo torneranno a innalzarsi verso il cielo olimpico del Mediterraneo occidentale, per molti, ne siamo certi, saranno ben più di una mera attrazione turistica. In tempi come questi: freddi, artificiali, esteticamente brutti ed eticamente profani; la valorizzazione di logos, bellezza e verità, potrebbe rappresentare un simbolo di riaffermazione e riscatto della nostra identità. Oggi schiacciata, mistificata e demolita ma, che ancora una volta, guardando al tramonto dell’occidente dalle coste italiane, potrebbe ritrovare la forza di rialzarsi in piedi sulle sue rovine.

Andrea Bonazza

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