Roma, 30 set – Cosa cambierà, per l’Italia, con il futuro governo Meloni? Le risposte che si leggono in giro sono estremamente polarizzate, si va da «cambierà tutto» a «non cambierà niente». C’è chi crede che la rivoluzione (o l’eversione, a seconda dei punti di vista) sia alle porte e chi crede che nella sostanza ci sarà continuità con il governo Draghi. Entrambe le posizioni sono probabilmente eccessive – di sicuro lo è la prima, comunque. Ma esistono delle aspettative «ragionevoli», cioè sia fattibili praticamente che nelle corde della premier in pectore, che possono essere coltivate al di là di qualsiasi volo pindarico e illusione mal riposta? Proviamo a elencare qualche punto di una possibile «agenda Meloni», pur sapendo che centrarne anche solo un paio sarebbe già importantissimo.

La possibile «agenda Meloni»

Partiamo dalle aspettative «in negativo», cioè da cosa ci auguriamo che la Meloni non faccia. Nessun ammorbidimento delle leggi sulla cittadinanza, per esempio, neanche se ispirato a un assimilazionismo di destra alla Zemmour. L’integrazione «imperiale» è affascinante, ma richiede per l’appunto di essere impero. Nel nostro caso, si partirebbe con le immagini propagandistiche dei carabinieri ghanesi e si arriverebbe con i trapper tunisini. Ancora, nessun nuovo reato d’opinione, neanche se mascherato da improbabile misura «anticomunista».

Sarebbe anche bello che non si sprecassero energie in cose inutili e puramente propagandistiche, tipo grottesche cultural wars in stile «Fdi vs Peppa Pig». Certo sono battaglie identitarie, a costo zero, che danno l’impressione di un «cambio di rotta», ed è in parte inevitabile che ci si cada. A patto che la cosa sia contenuta nei limiti del ragionevole e non dreni energie che andrebbero destinate a ben altri scopi. O, peggio, non finisca sul piatto della bilancia per compensare cedimenti sostanziali (tipo «ti abbiamo tolto la puntata di Peppa Pig, tu in cambio prendi il gas da chi dico io»).

In sede propositiva, il minimo sindacale che si possa pretendere è una linea sull’immigrazione quanto meno «salviniana». Certo, limitare unicamente gli sbarchi, che peraltro continuerebbero a esserci, senza toccare lo strapotere delle Ong, senza rivedere le leggi sui rifugiati e sui rimpatri, senza intervenire nel Nordafrica etc è come fermare le cascate del Niagara con un tappo di sughero. Ma, di questi tempi, fare quanto meno il possibile e dare il segnale di un’azione in tal senso sarebbe comunque importante.

Poi ci sono tre cambiamenti strutturali di cui si è molto parlato, due istituzionali e uno energetico: la riforma della magistratura, la riforma presidenzialista e il ritorno al nucleare. Sarebbero tre lacci che frenano la nostra sovranità reale tagliati per sempre.

Più complessa la questione dei rapporti internazionali. Qui la strada pare già tracciata, quindi inutile farsi troppe illusioni. Il prossimo esecutivo sarà atlantista, c’è solo da sperare che lo sia in modo pragmatico e non fanatico. La Meloni sembra aver fatto tesoro del cattivo esempio salviniano: il metodo del leader leghista consisteva infatti nel cercare lo scontro con i «poteri forti» internazionali, cioè sostanzialmente con le burocrazie europee, alzando i toni per cercare poi di capitalizzare in termini di consenso la lamentela vittimistica, ma disertando i tavoli. Giorgia pare avere l’intenzione di tenere i toni bassi e di volerci stare, ai tavoli. Potrebbe essere una strategia vincente, a patto che si abbia ben chiaro in mente cosa starci a fare.

Sul fronte europeo, sarebbe cosa buona che la Meloni si inserisse in maniera costruttiva con la pur traballante e contraddittoria dialettica francotedesca, portandovi le istanze mediterranee. O, quanto meno, che non le sabotasse, rinunciando se non altro al ruolo di cuneo americano in Europa che qualcuno a Washington ha da qualche anno pensato per noi (e che ha ricevuto l’applauso di certi settori di casa nostra che si vorrebbero «anti atlantisti», ma questo è un altro discorso).

Tutte queste, beninteso, non sono «richieste», che non abbiamo alcun titolo per muovere. Non sono neanche «speranze», che hanno più a che fare con il tifo che con l’analisi politica. Si tratta semplicemente di un perimetro minimo di istanze alla cui luce poter valutare serenamente il futuro governo. Agli altri, a noi, il compito, come sempre, di agire nei propri ambiti e ai propri livelli per fare ciò che va fatto.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. Togli la fiamma tricolore perché non ne sei degna. La fiamma tricolore rappresenta la RSI e tu non ne fai parte.

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