Lampante è l’idea di un uomo intelligente, dalla scrittura nevrotica e nervosa, che in molte occasioni mi ha criticato, per partito preso e a (sua) ragion veduta: Carmine Ragozzino. Non posso negare di avere provato simpatia per lui anche quando, con furore dionisiaco (e per me divertente), mi ha attaccato. Però il mio compiacimento era ben riposto, se il 15 settembre potevo da lui ricevere questo lusinghiero messaggio: «In un impeto di masochismo da zapping incontrollato ho seguito parte del dibattito in Parlamento sul rave party. Dalla mia posizione di insofferenza alle sue teatrali intemerate di invidiabile abilità dialettica che giocano con diffuse neurolesioni degli interlocutori che abboccano, mi tocca oggi complimentarmi senza infingimento. Quel suo flash sul rave legale è stato fulminante, annullando nella furberia della sagacia inutili lungaggini di vuoto oratorio. Con l’occasione le invio la locandina di una iniziativa sviluppata a Gardolo, sobborgo di Trento, da una mia idea. Con un circolo fotografico abbiamo raccolto centinaia di bi-ritratti delle persone (la stessa persona) con e senza mascherina. L’obiettivo è semplice: la maschera serve ma serve, anche, mostrare l’anima di una comunità “nonostante”. Domenica proveremo ad organizzare una restituzione pubblica, incollando le foto sul selciato di una piazza».

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2021

Con e senza mascherina

L’idea, dunque, mi era sembrata così «lampante» (e quindi illuminante) che gli ho chiesto di esibirla: non sul selciato di Gardolo, ma sulle pareti del Mart. I tanti che vengono per vedere le mostre troveranno se stessi mascherati e smascherati, interrogandosi su cosa li abbia portati a sentirsi in pericolo anche da soli, o con i propri congiunti e – perché no? – anche a letto, tanto da proteggersi con uno strumento palesemente inutile che li ha sfigurati. Un tempo si nascondevano la faccia soltanto i ladri e i delinquenti; oggi, le vittime. Abbiamo cercato di liberare dal velo le donne musulmane, per imporlo, in Occidente, anche agli uomini. Ancora oggi, per dire di un uomo coraggioso e onesto, che affronta la realtà, si dice: «a viso aperto», non: «ti conosco mascherina!». E non siamo a carnevale. Per scoprire i responsabili di un delitto si dice: «giù la maschera!». Invece, all’improvviso, essa è diventata uno strumento di autodifesa necessario.

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Scrive Ragozzino: «Di questa proposta si può dire di tutto – e il bello del rapporto tra arte e pubblico è l’imprevedibilità dei commenti – meno che si tratti di un lavoro di “basso profilo”». Il messaggio è semplice. È forte. È chiaro. Un pezzo di stoffa a scopo salvifico può nascondere un volto ma non celerà mai l’anima. Ecco il senso del progetto Ti conosco mascherina, una sfida nel merito ma soprattutto…

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