Nel 2000 destò non poca curiosità, e in certi casi vero e proprio sconcerto, la pubblicazione di un volumetto di memorie della «guerra civile». Roberto Vivarelli, storico dell’età contemporanea di orientamento antifascista, al quale si deve una monumentale opera sulle origini del fascismo, in La fine di una stagione, rivelava una verità sorprendente. Quattordicenne, nel 1943 Vivarelli aveva lasciato la nativa Siena per raggiungere Milano e arruolarsi nella Repubblica di Salò. «Sono figlio di un morto ammazzato», ricorda Vivarelli. «Mio padre era sempre stato fascista. […] Era un buon cattolico e un fervente monarchico». Il padre è morto sul fronte jugoslavo nel 1942, fatto prigioniero e successivamente giustiziato dai partigiani.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2022

Benedetta gioventù

A Siena, dopo l’8 settembre, transita una lunga colonna di camion tedeschi. Li salutano con cordialità, mostrandogli la foto di Mussolini. Era nell’aria la ricostruzione di un esercito fascista. Il fratello Piero, sedicenne, si arruola con la X Mas. Poco dopo Roberto lo segue. Il primo tentativo di arruolarsi però non riesce. Successivamente si aggrega alle Brigate nere. Le motivazioni della scelta sono duplici: «Il desiderio di tenere fede alla memoria di mio padre, e la volontà di testimoniare, cioè di mostrare coi fatti la mia fede nei valori che mi erano stati insegnati. Per me patria e fascismo erano una cosa sola, e poiché questa patria, che io sentivo come una cosa sacra, era stata tradita e disonorata, era necessario vi fossero ancora italiani disposti a battersi per lavare quell’onta, se necessario con la loro vita».

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Vivarelli narra le varie tappe della sua avventura: Firenze, Bologna, Milano, Brescia, Venezia, alloggiato addirittura al celebre Hotel Des Bains, al Lido. Segue la guerra vera contro i partigiani; la ritirata a Milano; l’ultimo avamposto sul lago di Como; l’approssimarsi della fine. La resa e la fortuna della vita salva. Racconto estremamente asciutto, cronachistico, non aggiungeva nulla in merito al vissuto dei «repubblichini». Era soltanto la sofferta liberazione di un fardello per troppo tempo tenuto nello stomaco. Onesto sino in fondo: «A qualcuno che oggi mi chiedesse se sono “pentito” di avere combattuto nelle file della disprezzata Repubblica di Salò, risponderei che non soltanto non sono pentito, ma ne sono a mio modo orgoglioso, pur essendo oggi consapevole che la causa era moralmente e storicamente ingiusta. No, di quella scelta non mi pento affatto».

Tiro al piccione

Le vicissitudini del giovanissimo Roberto richiamano alla memoria le stesse vicissitudini narrate nel 1953, in forma di romanzo, da Giose Rimanelli in Tiro al piccione. Il romanzo di Rimanelli, a quasi settant’anni dalla pubblicazione, viene nuovamente editato da Rubbettino. Le tappe della pubblicazione sono abbastanza note. Il testo, per volontà di Cesare Pavese, doveva uscire presso Einaudi. Il suicidio dello scrittore nel 1950 bloccò l’operazione. Fu Elio Vittorini a pubblicarlo con Mondadori nella collana Medusa degli italiani.

Protagonista del romanzo è Marco Laudato (il diciottenne Rimanelli, nato a Casacalenda in Molise nel 1925). Quindi è solo il fratello poco più grande di Vivarelli. E anche lui abbandona la terra natia a causa del padre. Il genitore lo opprime, quotidianamente. Finché ha potuto, ha esercitato il potere sul figliolo, picchiandolo. Poi s’è accontentato dell’invettiva, scandita sillaba dopo sillaba: «m-a-n-g-i-a-p-a-n-e-a-t-r-a-d-i-m-e-n-t-o». Marco osserva le colonne motorizzare dei tedeschi che stanno risalendo la Penisola, dopo lo sbarco degli «alleati». La noia e il sesso scandiscono giornate sempre più vuote, oltre al rumore dei camion, che «passano sotto le finestre tutte le notti fino all’alba». Fino a quando un tedesco gli tende la mano, lasciandosi il paese (e il padre) alle spalle.

Parte senza una mèta precisa. Raggiunge Padova. Poi Venezia. Della Laguna non gli aggrada il freddo intenso, né l’odore salmastro. Per un po’ sta con i tedeschi, che mangiano carne in scatola, pane nero, burro e marmellata. I tedeschi chiamano le reclute «badogliani». Alcuni sono davvero cattivi. Marco vuole liberarsi dall’insopportabile tutela germanica. Fugge a Milano, per arruolarsi con le Brigate Nere. Adesso la guerra è vera. Rastrellamenti, scontri in montagna con un nemico perennemente invisibile: «Sole, neve, freddo e imboscate». Crudeltà. E sangue versato, copioso da ambo le parti. I commilitoni cadono uno dopo l’altro. Ci si abitua alle perdite, e dopo un po’ non si contano neppure più: «In guerra è necessario aver perdite, anzi è inevitabile».

Un grande classico

Avanzate, ritirate, morti dappertutto. L’eroismo di Marco, ferito gravemente durante un’azione pericolosa, gli vale una parentesi di convalescenza. Si torna a vivere normalmente; persino ad amare una donna. Poi, come la nebbia, la pausa svanisce. Di nuovo a combattere. Al fianco di ufficiali ventenni e soldati quindicenni, ogni giorno si fa più dura. Si ammazza come cani e come cani si viene ammazzati. La fine è vicina. Fuggire, arrendersi, battersi sino all’estremo? Ormai Marco ha la netta sensazione che anche Dio gli è avverso. Gli resta il berretto con il «piccione» (l’aquila fascista), sul quale gli avversari tirano che è una bellezza, sforacchiandolo, prendendosi la vita di chi lo indossa. Nella battaglia finale è sicuro di morire. Poi la notizia. La guerra è finita. Mussolini è morto. La resa. E la fortuna che ti dà una mano, riportandoti, dopo un viaggio rocambolesco, da dove sei partito. Ora comincia per Marco un’altra vita. Tiro al piccione ormai si deve considerare un «classico» della letteratura sulla «guerra civile». Come Il partigiano Johnny (1968) di Beppe Fenoglio, che racconta gli stessi avvenimenti dalla prospettiva opposta rispetto a Rimanelli. Sono entrambi «classici» per due ragioni: la qualità della scrittura e…

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