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turner-sun-setting-over-a-lakeRoma, 4 feb – Uno dei grandi enigmi irrisolti dell’arte è quanto di oggettivo essa debba avere e quanto di puramente soggettivo. Quanto cioè della personalità e della visione del mondo del pittore deve farsi spazio nella sua opera. Evidentemente l’opera d’arte propriamente intesa è espressione concreta di un momento, la cristallizzazione più o meno riuscita dello spirito del suo creatore. Non stupisce insomma che ogni grande artista sia generalmente un egocentrico e un egoista. Eppure è possibile un passo ulteriore, una forma d’espressione artistica in qualche modo superiore, capace cioè di corrodere e consumare soggettivo e oggettivo per ricavarne un qualcosa di ulteriore, in qualche modo ultraterreno. È ciò che avvenne per esempio nell’arte dell’antica Grecia, dove a parlare non sono degli autori, ma un popolo intero, la sua visione del mondo e il luogo in cui si fa largo il divino.

Il film Mr. Turner sugli anni della maturità del celebre pittore romantico inglese J. M. W. Turner (1775-1851), in uscita nelle sale cinematografiche in questi giorni, affronta a suo modo il flusso creativo che dalle esperienze di vita scorre potente e istintivo nella sua arte pittorica. Il grande artista, interpretato dal bravo e versatile Timothy Spall, fu un uomo scontroso e dal carattere spigoloso, un autore schivo e poco incline alla vita mondana che non diede molto peso alle critiche che gli venivano dagli addetti ai lavori: fu a suo modo in contro tendenza. Fu anche capace di anticipare i tempi nella sua opera matura, introducendo i canoni pittorici che saranno propri dell’Impressionismo

È un racconto biografico che si scontra con la difficoltà di legare tra loro i fatti della vita quotidiana e la messa su tela nell’irresistibile istinto pittorico di Turner; un uomo in cui ogni evento non resta confinato nella vita privata ma finisce col produrre effetti nella sua arte.

Goethe scrisse con grande efficacia: «che cos’altro è l’esterno di una natura organica, se non la manifestazione eternamente mutevole dell’interno? Questo esterno, questa superficie è adattata con tale precisione a una struttura interna, variegata, complessa e delicata, da divenire essa stessa qualcosa di interno» (Scritti sull’arte e la letteratura, Bollati Boringhieri). Con l’andare degli anni la complessità dell’opera turneriana aumenta, rendendosi quasi incomprensibile ai suoi colleghi accademici. Le numerose scene veneziane degli anni Quaranta, così come i tramonti e le vedute di porti e distese d’acqua confermano la tensione verso la lontananza e uno stile pittorico che nei suoi tratti principali anticiperà di qualche anno l’Impressionismo.

Dal film emerge il Turner viaggiatore, colui che era spinto da un’insopprimibile necessità di vedere, di assorbire in prima persona ciò che avrebbe poi riversato su tela. Viaggiò su una nave per poter dipingere una tempesta e si recò diverse volte in Italia per dipingerne scorci paesaggistici e vetuste vestigia di passata grandezza.

Nel corso degli anni la sua arte si modifica e si caratterizza per il sensibile aprirsi degli spazi verso lontananze indefinite, la piccolezza dell’uomo al cospetto della natura e, soprattutto, il graduale prevalere di una sola tonalità di colore che finisce col rendere pressoché indistinguibili e impercettibili le figure del dipinto. L’opera di Turner diventa sempre più la rappresentazione di stati d’animo in linea con la teoria dei colori goethiana, secondo cui a ogni colore corrisponde un sentimento. Le forme si confondono nell’impressione rapida, istintiva dell’illuminazione creativa.

Sin dai dipinti del 1800 fino a quelli della maturità (smetterà di dipingere nel 1845 circa) l’artista inglese ritrasse panorami ricchi di colori e di profondità prospettica, caratteristica che secondo Oswald Spengler appartiene peculiarmente all’arte che chiama “faustiana”, cioè aderente allo spirito euro-occidentale di scoperta storica: «in questa natura che si sviluppa verso una lontananza si riflette infatti un destino. In quest’arte si trovano paesaggi tragici, demoniaci, ridenti, lugubri, tutte cose di cui l’uomo di altre civiltà non ha idea» (Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, Longanesi).

Francesco Boco

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