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Recensione Film WhiplashMilano, 24 feb – Nato inizialmente come corto, reduce dal successo all’ultimo Sundance festival, vincitore di tre statuette d’oro agli Oscar – tra cui quella del miglior attore non protagonista – è in queste giorni nelle sale italiane Whiplash, secondo ed ultimo film del regista statunitense Damien Chazelle.

La pellicola ripercorre in chiave musicale i canoni classici dell’american dream o, come sarebbe più consono chiamarlo in questo caso, l’american “drum”: il giovane Andrew, batterista diciannovenne amante del jazz, studia nella più prestigiosa scuola musicale di New York, dove viene notato dal temutissimo insegnante Terence Fletcher, che decide di inserirlo nella sua classe.

Quello che inizialmente sembra un sogno per Andrew, si trasforma presto in un inferno di umiliazioni e vessazioni a causa degli inavvicinabili standard di Fletcher, cosa che condurrà i due ad un vero e proprio scontro finale a suon di rullate. Da un punto di vista registico, la seconda opera di Chazelle non si esce mai realmente dallo spartito: c’è tanto sudore ma poco, o troppo poco, sangue. Eppure il film si lascia godere con estremo piacere, riproponendo con disinvoltura la lezione imparata da altri registi, e mettendoci anche un pizzico di iniziativa, senza mai realmente strafare.

Ciò che in realtà affascina di più della pellicola, ben al di là del plot leggermente scontato o della caratterizzazione del giovane protagonista – che in più occasioni fa pensare allo Zuckerberg di Fincher – è il (non a caso) vincitore dell’Oscar J.K. Simmons: sin dalle prime scene, il professor Flatcher infastidisce e abbatte qualsiasi tentativo di replica a suon di improperi degni del sempreverde sergente Hartman di Full Metal JacketIncattivendo fino al limite il protagonista e lo spettatore.

A volerla dire tutta l’archetipo del professore “bastardo”, incline ad un turpiloquio sicuramente fantasioso e politicamente scorretto, potrebbe risultare per gli amanti del cinema un copione già visto: il personaggio richiama infatti alla mente, in maniera anche poco celata, un incrocio tra il Vincent Cassel de Il cigno nero di Aronofsky ed il già citato sergente Hartman, a cui lo stesso Simmons fa fisionomicamente pensare.

Ciononostante fa piacere costatare, soprattutto alla luce degli Oscar lo scorso anno regalati per mero buonismo, che per una volta Hollywood si sia presa la briga di premiare l’interpretazione di un ruolo scomodo perché antipatico. Di quell’antipatia però non finalizzata a se stessa ma orientata – in barba all’impopolarità del metodo – a tirar fuori qualcosa di fondamentale e troppo spesso dimenticato: il bello.

Citando Flatcher/Hartman: “Non credo che la gente capisse cosa cercavo di fare alla Shaffer. Non ero lì per fare il direttore d’orchestra. Qualsiasi idiota (in inglese “any fucking moron”, ndr) può muovere le braccia e condurre a tempo. La mia intenzione era di spingere le persone al di là di ciò che ci si aspetti da loro. Credo che sia un’assoluta necessità. Altrimenti priviamo il mondo dal prossimo Louis Armstrong. […] E questa per me è un’assoluta tragedia. Ma è questo ciò che il mondo vuole oggi…e poi la gente si chiede perché il jazz sta morendo”.

Nulla da aggiungere al concetto, se non un plauso all’interpretazione e i complimenti per una statuetta meritata.

Davide Trovato

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