Roma, 31 ott – Una delle chiavi di lettura per comprendere I sentieri della Tecnica. Spirito faustiano, transumanesimo, futurismo di Stefano Vaj (Moira, 20,80€) è la milanesità. Profondamente milanese è l’autore e Milano da secoli è il motore d’Italia. Dal riformismo illuminista al romanticismo risorgimentale, dal socialismo al futurismo, dal primo fascismo al boom economico. Non vi è stagione dell’Italia che non abbia visto in Milano lo scenario premonitore, la porta sul futuro.



Ora in Vaj si ritrovano entrambi le note caratteriali delle culture che nella penisola si sono irradiate da Milano. Egli è caratterialmente illuminista – anche se il riferimento non gli farà piacere – per il suo franco atteggiamento di disprezzo nei confronti di quella che considera la stasi ideologica, tendenzialmente regressiva, del presente. Nello stesso tempo è romantico nel rievocare alcune icone fondamentali: il Prometeo, il Faust magari anche un po’ il Frankenstein (apparso letterariamente nel romanzo della Shelley intitolato appunto “Il moderno Prometeo”).

Il sogno “sovrumanista” di Stefano Vaj

Il sogno faustiano di Vaj si chiama transumanesimo: l’idea che l’uomo o meglio alcuni uomini possano, attraverso una decisione radicale e un utilizzo volontaristico della tecnica, operare un salto quantico evolutivo. Non il caso, non la necessità, non un Dio trascendente, né una ideologia sociale ma appunto una sterzata di timone sulla nave della tecnica può condurre a un approdo così inedito da essere consapevolmente e felicemente post-umano.

Certo, oltre che alla “milanesità” proiettata nel futuro, per comprendere il percorso di Vaj occorre pur fare riferimento al passato ideologico da cui proviene l’autore. Nel quale si inseriscono molti suoi mentori, a partire da Giorgio Locchi. Il transumanesimo di Vaj (diverso da analoghe tendenze americane) è chiaramente una risposta alla impasse dell’area neofascista. Consunti i sogni di una rivoluzione politica, l’autore individua in una possibile linea di sviluppo delle bioingegnerie la via per ridare ali a quel “sogno sovrumanista” di cui appunto parlava Giorgio Locchi.

Dove condurrà questa via? Lo scopriremo solo super-vivendo. Intanto Stefano Vaj con lo sguardo beffardo di Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo” nota come alcune pratiche che solo pochi anni fa apparivano inconcepibili o riprovevoli – tipo la diagnosi prenatale – siano diventate ormai routine. E che le terapie geniche stanno cominciando ad ingranare. Vaj sa che queste posizioni gli attireranno lo sdegno di quei settori della destra che fanno riferimento a un cattolicesimo conservatore o a un tradizionalismo da Mulino Bianco nella Terra di Mezzo. E ovviamente se ne compiace.

Prudenza e cautela

Certo, anche chi guarda con assoluto favore a tutto ciò che può rendere più performante l’essere umano ha le sue perplessità. Soprattutto per l’atteggiamento “fondamentalista” che l’autore attribuisce alla sua posizione. In realtà proprio perché la biologia umana è di complessità sconcertante l’atteggiamento più adeguato a questo genere di percorsi dovrebbe essere appunto la prudenza. Come quando si sperimenta un nuovo farmaco e metodologicamente si persegue una linea di cautela, con trial articolati e verifiche nell’arco dei decenni. A maggior ragione la cautela si impone quando si pensa di porre mano alla “carrozzeria” se non addirittura al motore della macchina umana.

Perché poi il freak è sempre in agguato. In fondo anche quella pittoresca umanità che cerca di cambiare sesso a botte di ormoni e amputazioni chirurgiche accarezza qualcosa di molto simile al sogno transumanista di illimitata manipolazione del dato di nascita. Ora, rivolto all’autore il doveroso (e assolutamente vano) monito a non predicare la creazione di freaks, sottolineiamo alcune messe a punto concettuali davvero acute che si possono trovare ne “I sentieri de la tecnica”. Ad esempio la critica al concetto di naturalità contrapposto al mondo umano. Come se un campo lasciato riposare a maggese sia “natura” e non invece un ingegnoso artificio dell’uomo. Come se il cane sia “natura” e non invece una felice bioingegneria della preistoria.

Per farla finita con ideologie malinconiche

Ottima anche la rapida frase di scherno che Stefano Vaj rivolge al concetto di “decrescita felice” nel quale da decenni sembra essersi impantanato De Benoist. Dice Vaj: chiedete ai dinosauri cosa significa decrescita felice… se tu riduci il tuo spazio “vitale” c’è sempre qualcun altro che occupa il tuo posto in maniera esuberante. Rispetto a queste malinconiche ideologie meglio il turbo-bio-ingegneristico futurismo di Vaj e dei suoi amici. Anche se l’idea di infilarsi in un contenitore di ghiaccio per poi farsi scongelare nel 2200 sembra decisamente mattacchiona. Più autentica forse è l’intuizione di Goethe che “la natura ha creato la morte per avere più vita”.

Stefano Vaj è una sostanza da assumere in modica quantità. Anche vero però che, avvicinandomi ai cinquanta, con pragmatismo craxiano chiederei al faustiano avvocato di cominciare a comunicarmi tutte le più affidabili novità sul modo di rendere più intensa e più performante l’esistenza negli anni a venire…

Alfonso Piscitelli

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