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Roma, 25 mag – E’ il film del momento, anche se non è tutto come sembra (dal trailer): “Un altro giro” – inno alla vita in forma di brindisi, e brindisi alla vita in forma di inno – la pellicola danese che ha vinto l’Oscar per il Miglior film straniero è assolutamente da vedere. Ma non per i motivi che lascia intendere la campagna pubblicitaria sul film.



“Un altro giro”, attenzione: può indurre all’alcolismo

Piccolo avviso a chi beve: con questo film rischia l’alcolismo; piccolo avviso a chi non beve: con questo film rischia (a maggior ragione) l’alcolismo. Sì perché l’alcol è il fil rouge della trama. Ma al centro della storia non c’è il bere né l’ubriacarsi, c’è il brindare alla vita, nel bene e nel male. E sì, anche quello stato di ebbrezza in cui ci si sente invincibili, irresistibili, capaci di tutto. Ma il film ti fa capire che non è l’alcol il punto, ma ubriacarsi, di qualsiasi cosa. Laddove ubriacarsi di vita sta per mettere passione, entusiasmo nel lavoro, nell’amore, nei rapporti con le persone. Come nell’Inno alla vita di Nietzsche, in questo film insieme al tantissimo alcol c’è la musica. Tantissima musica. Ma, lo ripetiamo, non è una storia spensierata e ridanciana, fatta (solo) di sbornie ed eccessi, per farsi due risate al cinema. Anzi.

Un inno corale alla bellezza della vita

E’ un inno corale alla bellezza della vita, nella sua dimensione tragica – niccianamente appunto – alla bellezza della natura (in questo caso la Danimarca), alla bellezza delle persone. Quando – e succede a ogni piè sospinto – qualcuno canta un inno danese, si glorifica sì la “terra di Freya”, con la mano su cuore – una componente nazionalistica della pellicola che scommettiamo nessun critico metterà in rilievo – ma si glorifica, appunto, la musica. Ricordiamoci che per Platone “la filosofia è la musica più grande”. E infatti il film parla anche di filosofia. Sì perché l’azione si svolge prevalentemente in un liceo. Protagonisti della storia sono quattro prof e amici – ognuno con i suoi più o meno gravi problemi – che decidono di fare un esperimento.

L’esperimento dei quattro prof

Esiste infatti una teoria dello psichiatra Finn Skårderud secondo cui l’uomo sia nato con un deficit da alcol pari allo 0,05% che lo renderebbe meno attivo sia nelle relazioni sociali che in quelle psico-fisiche. Avendo sempre in circolo lo 0,05% di alcol dunque dovrebbero migliorare le prestazioni sul fronte lavorativo e non solo. I quattro prof decidono quindi di assumere l’alcol mancante sul posto di lavoro (con tanto di etilometro per controllare il tasso). Dopo le 20 e nei fine settimana invece solo acqua fresca. E l’esperimento funziona. Tanto che il protagonista della storia, interpretato da Mads Mikkelsen in stato di grazia, propone di alzare la percentuale di alcol. Finché…

Una pellicola ad alto tasso emotivo

I puntini di sospensione sono d’obbligo perché chi ama il cinema come noi mai vorrebbe incappare in un imperdonabile spoiler. Quello che però vogliamo dire è che il film è particolarmente denso di situazioni dal forte coinvolgimento emotivo. Tocca tante e tali corde che sfidiamo voi lettori e potenziali spettatori a smentirci. Ognuno di noi almeno in una situazione del film si ritroverà irrimediabilmente immedesimato. Noi non facciamo testo, perché un film che parla di alcol, amore, filosofia, musica, amicizia virile e insegnamento – senza però alcuna lezioncina morale – ha praticamente tutti gli ingredienti per entrare nella top ten di tutti i tempi.

Perché andarlo a vedere

Perché andarlo a vedere? Perché non è mai lento né banale, perché vi tiene con le lacrime a fior d’occhi per le risate, per la tristezza, per il dolore, per la melanconia. Un film ad altissimo tasso emotivo (a tratti molto drammatico), con una squadra di attori rodatissimi – protagonisti di alcune sequenze magistrali – per il regista Thomas Vinterberg (“Festen”, “Dear Wendy”, “Il sospetto”) che li dirige come fosse il quinto amico. Tra tutti spicca Mikkelsen, nella sua migliore interpretazione di sempre.

Ogni singolo centimetro della sua faccia – così come tutto il suo corpo – mostrano la sofferenza interiore, un vulcano pronto ad esplodere nonostante una catatonica calma apparente – fino alla catarsi e alla liberazione totale. Ecco, proprio la liberazione dello spirito che coincide con l’aver di nuovo centrato il proprio ego e quindi con la liberazione dell’energia fisica imprigionata nel corpo è – grazie all’alcol e alla musica – la protagonista della scena madre (come dicono i critici quelli bravi). Viva l’alcol dunque, ma soprattutto viva la vita.

Adolfo Spezzaferro

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