Roma, 23 giu – L’autobiografia dell’intellettuale, sindacalista e politico belga inaugura Gli Indelebili, la nuova collana di Altaforte dedicata a testi fondamentali. Da non dimenticare, bensì riscoprire. «Vedrò forse realizzarsi i due obiettivi che, ancora di recente, mi sembravano più lontani di trentacinque anni orsono: l’unità dell’Europa e l’ordinamento socialista. Altrimenti, anche se non dovessi più conoscere che sconfitte, penso che mi metterei per davvero il cuore in pace, pensando a tutto ciò che la vita mi ha già dato». Così Henri de Man nella sua autobiografia A cose fatte – Memorie di un «socialista nazionale», nella nuova edizione curata da Corrado Soldato per Altaforte Edizioni (366 pagine, 22 euro) nelle librerie e online a partire dal 23 giugno, traccia un bilancio della sua esistenza.

Il socialismo di Henri de Man

Socialista, marxista, sindacalista, intellettuale, docente universitario, politico che ha ricoperto a lungo incarichi di governo in Belgio, De man passa alla storia (quella scritta dai vincitori, s’intende) per “collaborazionista” dei tedeschi dopo l’invasione nella Seconda guerra mondiale. Invece, a leggere il diario di bordo della vita del politico belga, emerge chiaramente che l’apertura al Terzo Reich, salutata come un nuovo inizio per la sua personalissima via al socialismo è frutto della maturazione di una coscienza politica e sociale che dal dogma marxista è approdata al socialismo nazionale. L’autore infatti non ha mai rinnegato la sua fede socialista – quella stessa visione del mondo se vogliamo che lo porterà a scrivere a Benito Mussolini in un carteggio riportato in appendice – ma di certo l’ha rivista e corretta in funzione della difesa dei lavoratori e del popolo belga tutto. I grandi sconvolgimenti dei suoi tempi, a partire dalla Grande guerra, che vedrà l’ex pacifista antimilitarista De Man partire volontario, fanno maturare al grande sindacalista il cosiddetto planismo, che inquadra le politiche del lavoro in una concezione autoritaria dello Stato. Un «fascismo appena camuffato», lo definiranno alcuni dirigenti del Pob, il Partito operaio belga. Il coronamento di una vita di lotta nel nome dell’ideale socialista.

Lo sguardo sulla storia

Come scrive Soldato nel saggio introduttivo, «ad Après coup ci si può quindi accostare come a un diario in cui, muovendo dal punto di vista del narratore-testimone, lo sguardo si allarga agli snodi fondamentali di un’epoca: le lotte operaie nella fase matura del capitalismo industriale; la rivoluzione bolscevica e la nascita della Repubblica dei Soviet; la tragedia della Grande Guerra e l’equivoca eredità dei trattati di pace; la Grande Depressione, che mise a nudo le storture del libero mercato e impose nuove forme di dirigismo; l’ascesa dei fascismi, con la sfida lanciata, in nome della “terza via”, a collettivismo e liberalcapitalismo; le scosse che turbarono il Vecchio Continente nella tregua ventennale che separò il 1919 dal 1939, quando l’esplodere delle contraddizioni di Versailles scatenò un conflitto che avrebbe consegnato il mondo all’egemonia americana e sovietica». Lo sguardo di De Man sul suo Belgio e sull’Europa tutta, quando nel 1941 completa la sua autobiografia, è lucido sì, ma anche pieno di speranza. Ciò che è accaduto dopo è Storia, ma la tensione ideale e l’abbraccio di De Man rivolto agli “invasori” tedeschi come occasione di rinascita, scelta coerente con una vita al servizio dei suoi ideali, sono un monito, un esempio senza tempo.

 

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