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Roma, 20 gen – «Che qualcosa ci sia stato, e il lavoro dei pm di Mani Pulite abbia potuto essere monitorato dall’occhio attento degli osservatori Usa, questo è sicuro». Così scrive Marcello Sorgi nel suo libro Presunto colpevole: gli ultimi giorni di Craxi (Einaudi, 2020), da poco uscito in occasione del ventennale della scomparsa del leader socialista. L’idea di “interferenze” americane in una delle stagioni più calde della recente storia repubblicana, dove sotto i colpi degli scandali e delle inchieste crolla quasi tutta la classe politica nazionale, erano state spesso bollate dai grandi media come becero complottismo, con la consueta superficialità delle grandi firme della stampa nostrana. Sorgi restituisce invece la complessità di Tangentopoli, e descrive i contatti della Procura di Milano con il console americano Peter Semler, con il “falco” Micheal Ledeen e con l’incaricato d’affari presso l’ambasciata americana Daniel Serwer. Quest’ultimo parla di un «pupazzo» togato al servizio degli Usa nel quadro delle inchieste, riferendosi molto probabilmente a Di Pietro.

I sospetti su Di Pietro

Il molisano, d’altronde, proprio tra il ’92 e il ’95 effettua diversi viaggi negli States. Craxi, attento osservatore della situazione dalla Tunisia, annota: «Vi sono tournè organizzate dalla USIS agenzia governativa americana e diversi viaggi negli USA. Per esempio: Nell’ottobre del ’92, nel gennaio del ’94, nel maggio del ’94, nel luglio del ’95. Si trattò di visite, di conferenze e seminari presso Università e centri studi come il “Centro strategico di studi internazionali”. Ciò che si può onestamente dire è che l’azione di Di Pietro nel corso delle sue inchieste e delle sue attività di presentazione internazionale è stata fortemente sostenuta dal governo americano».

Craxi contro la finanza internazionale

Il contributo di Sorgi è sicuramente utile per aprire nuovi spazi di discussione, ma è anche un tentativo di guadagnare visibilità senza rivelare notizie realmente originali. Tantissime voci avevano da tempi invitato a rileggere con più attenzione la parabola di Craxi e la stagione di Tangentopoli, rimanendo inascoltate se non ridicolizzate. In primis, la combattiva figlia Stefania, che con la Fondazione Craxi ha promosso una serie di pubblicazioni importanti, rilevò in maniera puntuale: «Penso che sia in corso da anni un grande attacco della Finanza internazionale volto a distruggere la mediazione della politica ancora cara alla vecchia Europa. Ecco, io credo che Tangentopoli abbia obbedito soprattutto a questo disegno. Quello di declassare il nostro paese, tant’è che Craxi ebbe a dichiarare: “Non mi sorprendo di quello che è avvenuto, fa parte di un processo mondiale. Dietro c’è sempre la grande Finanza. Ai grandi gruppi finanziari faceva gola l’economia del nostro paese. Vedeste come se la sono pappata e se la stanno pappando…”».

Su linee interpretative simili si espressero Ugo Finetti e Massimo Pini, che hanno scritto volumi fondamentali come Storia di Craxi (Boroli, 2009) e Craxi: una vita, un’era politica (Mondadori, 2006). Pini scrisse anche I giorni dell’Iri (Mondadori, 2000) dedicato al collasso dell’industria pubblica e del sistema misto italiano, con l’intervento di banche americane come Goldman Sachs. Sono gli anni del Britannia, delle speculazioni di Soros, della riorganizzane del sistema dopo lo scompaginamento internazionale seguente la caduta dell’Unione Sovietica. Impensabile dunque che gli Stati Uniti, unica superpotenza sulla scena e da sempre dominante in Italia, non abbiano detto la loro.

La «picconata» di Cossiga

Su “Mani Pulite”, Cossiga è stato lapidario: «L’azione della magistratura fu incoraggiata dall’FBI americano e dai poteri forti italiani». Ma la lista di chi ha offerto versioni controcorrente non finisce qui: da Marcello Veneziani e la sua «Italia Settimanale» ad Antonio Venier (Il disastro di una nazione, Ar, 1999) passando per i politici Giulio Tremonti e Michele Rallo. L’ex collaboratore di Di Pietro Mario Di Domenico ne Il “colpo” allo Stato (EdizioniSi, 2010) descrisse in maniera corrosiva tutte le ombre della carriera di Tonino e di Tangentopoli, dove venne ribadita la “sovranità limitata” del nostro Paese. Oggi il termine «sovranità» è tornato confusamente e prepotentemente al centro del dibattito, e una seria riflessione storica sul tema non può più ignorare Craxi e le ombre nascoste dietro la fine della Prima repubblica.

Francesco Carlesi

(autore di Craxi: l’ultimo statista italiano)

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2 Commenti

  1. […] Quello che fa specie dell’intervista del Fatto a Di Pietro è che – oltre ad incensare l’ex procuratore del pool di Mani Pulite facendolo passare addirittura per vittima di chi oggi lo accusa di aver rovinato l’Italia o gli sputa in faccia (secondo quanto raccontato dall’ex leader di Italia dei Valori) – a distanza di vent’anni dalla morte del grande statista, si contesti chi ne parla bene e si scarichi ogni responsabilità sulla sua morte in esilio in Tunisia. “Ma finiamola: Craxi è stato vittima di se stesso – dice Di Pietro -, avendo scelto di farsi corrompere pure lui come migliaia di altri indagati delle inchieste di Mani Pulite“. “Si continua a raccontare una storia diversa dalla realtà. Si continua a diffondere un’informazione falsata“, afferma convinto l’ex magistrato. Quando gli fanno presente che c’è chi giustamente ancora oggi sostiene che ha pagato lui solo per tutti, Di Pietro non ha dubbi, oggi come ieri, nessuno sconto: “Ora elogiano il discorso di Craxi in Parlamento che diceva: ‘i bilanci di tutti i partiti sono falsi’. Ma non era coraggio, era una furbata dell’ultimo minuto, che ammetteva quello che avevamo già scoperto”. Nell’intervista, l’ex procuratore nega pure il coinvolgimento dell’intelligence straniera. E quando gli si chiede se era manovrato dalla Cia, risponde: “Ma anche dal Kgb, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta”. Eppure ormai è conclamato che si sia stato – come dire – un endorsement Usa a perseguire Craxi. […]

  2. […] Quello che fa specie dell’intervista del Fatto a Di Pietro è che – oltre ad incensare l’ex procuratore del pool di Mani Pulite facendolo passare addirittura per vittima di chi oggi lo accusa di aver rovinato l’Italia o gli sputa in faccia (secondo quanto raccontato dall’ex leader di Italia dei Valori) – a distanza di vent’anni dalla morte del grande statista, si contesti chi ne parla bene e si scarichi ogni responsabilità sulla sua morte in esilio in Tunisia. “Ma finiamola: Craxi è stato vittima di se stesso – dice Di Pietro -, avendo scelto di farsi corrompere pure lui come migliaia di altri indagati delle inchieste di Mani Pulite“. “Si continua a raccontare una storia diversa dalla realtà. Si continua a diffondere un’informazione falsata“, afferma convinto l’ex magistrato. Quando gli fanno presente che c’è chi giustamente ancora oggi sostiene che ha pagato lui solo per tutti, Di Pietro non ha dubbi, oggi come ieri, nessuno sconto: “Ora elogiano il discorso di Craxi in Parlamento che diceva: ‘i bilanci di tutti i partiti sono falsi’. Ma non era coraggio, era una furbata dell’ultimo minuto, che ammetteva quello che avevamo già scoperto”. Nell’intervista, l’ex procuratore nega pure il coinvolgimento dell’intelligence straniera. E quando gli si chiede se era manovrato dalla Cia, risponde: “Ma anche dal Kgb, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta”. Eppure ormai è conclamato che si sia stato – come dire – un endorsement Usa a perseguire Craxi. […]

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