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Roma, 5 ago – Dopo solo pochi giorni di confronto, Atlantia abbandona le trattative con Cassa Depositi e Prestiti sul futuro di Autostrade per l’Italia. Lo fa sbattendo la porta, parlando di “concrete difficoltà” nel “dare corso a quanto delineato nella lettera del 14 luglio 2020 con spirito di buona fede”. Tradotto: come già ampiamente previsto, la sedicente nazionalizzazione annunciata ai quattro venti dal governo – M5S in testa – non è mai stata una vera ipotesi sul tavolo.

Ma quale nazionalizzazione

Come si poteva, d’altronde, parlare di nazionalizzazione nel momento in cui gli attuali concessionari – i Benetton, tramite appunto Autostrade per l’Italia controllata dalla capogruppo di famiglia Atlantia – era previsto uscissero con una generosissima buonuscita, non è dato sapere.

Proprio sul valore di Aspi – oggetto della trattativa con Cdp – si sono arenate le discussioni. Sbugiardando la retorica con cui i pentastellati si erano affannati a dipingere l’accordo come uno schiaffo ai poteri forti: “Le istituzioni hanno esercitato fino in fondo il loro ruolo, affinché l’interesse pubblico prevalesse sul privato”, aveva ad esempio dichiarato Vito Crimi.

Autostrade in vendita al miglior offerente

Tutto sbagliato, tutto da rifare. Da Ponzano Veneto l’idea è quella di monetizzare l’investimento al più alto valore possibile e, non essendo vincolati a cedere Autostrade necessariamente allo Stato, possono permettersi di percorrere la strada che ritengono più consona.

Parliamo d’altronde di un’operazione strutturata – dal governo stesso – come puramente di mercato, per cui Atlantia starebbe adesso valutando di procedere “alla vendita tramite un processo competitivo internazionale […] dell’intera quota dell’88% detenuta in Autostrade per l’Italia, al quale potrà partecipare CDP congiuntamente ad altri investitori istituzionali di suo gradimento”, si legge in una nota diramata dal consiglio di amministrazione.

Il governo doveva revocare la concessione

Si sgonfia così, nel giro di un paio di settimane, tutto l’impianto – comunicativo, specialmente – che l’esecutivo Conte bis aveva pensato per presentare l’accordo con Atlantia come una vittoria.

La verità è che il pallino del gioco è ancora in mano ai Benetton, i quali possono continuare a tirare sul prezzo, alzando l’asticella fino a dove ritengono più congruo. Alla gara potrà partecipare Cdp, ma alle condizioni – e soprattutto al valore – fissati da Atlantia. Questo a causa dell’assenza di qualsiasi obbligo a vendere al settore pubblico – questa sì che sarebbe stata una seria base di partenza per poter parlare di “nazionalizzazione” – e scongiurata (ammesso che sia mai stata, nel corso degli ultimi due anni a partire dalla tragedia del Ponte Morandi, concretamente valutata) ogni ipotesi di revoca della concessione.

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Se proprio una strada poteva essere percorsa, quella di stracciare il contratto con gli attuali gestori della rete era probabilmente l’unica. Avrebbe avuto un costo? La forchetta oscilla da zero – nel caso in cui in sede giudiziaria si dimostri l’inadempienza del concessionario: di elementi a supporto ve ne sarebbero – a 23 miliardi (quanto stabilito da contratto), che potrebbero però venire sensibilmente ridotti se venisse accolto lo “sconto” (li porta a 7) previsto dal decreto milleproroghe. Un potenziale ginepraio, vero, corredato da non pochi elementi di incertezza. Nello scenario peggiore, insomma, per nazionalizzare autostrade avremmo dovuto tirare fuori una discreta somma: siamo sicuri che se e quando Cdp parteciperà alla gara per l’acquisizione – magari in tandem con altri investitori internazionali a spartirsi la torta di Aspi – andremo a spendere molto meno?

Filippo Burla

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