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Borse a picco e banche in crisi: l’Italia è sotto attacco?

Roma, 21 gen – La forza con la quale la borsa di Milano (insieme a buona parte delle borse europee) ha registrato i tracolli degli ultimi giorni ricorda, per intensità, quella del novembre 2011 che portò alla caduta del governo Berlusconi e la sua sostituzione con l’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti. Potrebbe bastare anche solo questo per sollevare l’attenzione sulle manovre finanziarie vicine al panico con le quali stiamo facendo i conti in questi giorni. Eppure la situazione, si parva licet componere magnis, sembra andreottianamente “un po’ più complessa”.

E no, (per ora) non è questione di spread. Com’è noto – ormai non si è più nel novero del complotto, bensì della cronaca – all’epoca i rendimenti schizzarono all’insù a seguito di un massiccio ordine di vendita da parte di Goldman Sachs, poi seguita a ruota da un po’ tutti gli investitori e gestori di fondi. A questo giro, almeno per il momento, i tassi sui Btp sembrano reggere: nell’ultima settimana sono passati da 105 a circa 115, anche se solo ieri l’aumento è stato di oltre il 12%. Non si è più sotto la soglia psicologica dei 100 punti-base, ma nemmeno su quei valori picco che tanto avevano messo apprensione sulla tenuta dei conti pubblici. Renzi può dormire sonni tranquilli? E’ vero che anche le altre borse del vecchio continente (e un po’ tutte nel mondo) sono anch’esse in affanno, ma peggio di Milano fa solo un’Atene ancora in prognosi riservata. Va osservato, inoltre, come il divieto di vendite allo scoperto – che due giorni fa aveva permesso un recupero dei valori – non abbia impedito a Borsa Italiana di lasciare ieri sul terreno quasi il 5%.

A pesare a Piazza Affari sono soprattutto i titoli bancari. Fra questi spiccano Mps e Carige, i due “grandi malati” del sistema del credito tricolore. Montepaschi non riesce ad uscire dal pantano nel quale ingerenze del Partito Democratico e pessima gestione interna l’han trascinata: i crediti dubbi solo oltre il 31% del totale, mentre il gruppo ligure si ferma, si fa per dire, solo a circa il 25%. Il premier prova a rassicurare: “Il sistema è solido”, ma per ora sembra la classica rassicurazione di prammatica. Mps ha perso negli ultimi tre giorni la metà del suo valore, bruciando un miliardo e mezzo di capitalizzazione. A perderci, in questo caso, è anche lo Stato che controlla poco più del 4% del capitale dello storico istituto senese. Non solo Siena e Genova, l’allarme si è esteso a tutti i gruppi: perdono – e lo fanno con tonfi sonori – anche i giganti Intesa e Unicredit, insieme a tutte le popolari. Non se ne salva una.

La tarantella è cominciata quando, martedì, la Bce ha annunciato di aver incluso un paniere di banche italiane all’interno dei nuovi test sulla gestione dei crediti deteriorati. Il fatto che sia Mps che Carige siano all’interno del gruppo ha fatto sorgere più di qualche sospetto nonostante le rassicurazioni del direttore generale dell’Abi sul fatto che si tratti di un’attività “ordinaria” condotta dall’ente guidato da Mario Draghi. In secondo luogo, governo e Unione Europea stanno ancora discutendo sul tema della cosiddetta bad bank, la società veicolo costruita ad hoc e nella quale conferire crediti in sofferenza al fine di sgravare gli istituti dal fardello. Bruxelles pone il veto sullo schema dell’intervento pubblico nonostante altri paesi abbiano, negli anni, messo generosamente a disposizione della stabilità del sistema decine, per non dire centinaia, di miliardi. Sembra che l’accordo sia difficile da trovare anche sulle garanzie indirette, fornite ad esempio da Cassa Depositi e Prestiti: il commissario alla concorrenza, la solerte – soprattutto quando si tratta di noi – Margrethe Vestager non dorme mai e vigila sempre con mille occhi. Una potenziale disparità di trattamento che certo non contribuisce ad allentare il clima di tensione sui mercati. Forse non è solo questione di borse e finanza irrazionale: che l’accusa di “latitanza” lanciata (anche lei) martedì dalla Commissione sia stato solo un primo avvertimento?

Filippo Burla

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