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Roma, 12 mar – In occasione del prossimo Eurogruppo, previsto per martedì 16 marzo, i ministri dell’Economia dell’area euro saranno chiamati a sottoscrivere l’approvazione del testo finale di riforma del Mes. Nonostante la crisi sanitaria in corso il passaggio è previsto al primo punto all’ordine del giorno, mentre la discussione sulle misure per affrontare ciò che l’Oms ha appena classificato come una pandemia sono finite in fondo, appena prima delle varie ed eventuali. Già questo dovrebbe accendere un campanello dall’allarme su quelle che sono le priorità dell’Ue: l’accordo su una contestatissima riforma viene prima di un’emergenza i cui effetti – anche e soprattutto sul piano economico – non tarderanno a manifestarsi.



Il Mes in cambio del deficit?

I due punti, tuttavia, non sono del tutto scollegati l’uno dall’altro. Anzitutto per un dato politico. Non più tardi di ieri, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha dichiarato che la riforma del Mes andrà avanti perché non sussisterebbe alcun pericolo. Stante l’atteggiamento più che remissivo – come dimostra la prostrante lettera che lo stesso ha inviato alla Commissione per chiedere, cappello in mano, di poter sforare di qualche decimale dai livelli di deficit concordato – non è quindi da escludere che, al fine di ottenere l’avallo di Bruxelles ad una manovra espansiva, abbia in cambio garantito la firma italiana. Non sarebbe la prima volta: l’ultimo governo Berlusconi finì nel 2011 sotto una fortissima pressione perché  sul tema Fondo “salva Stati” l’allora ministro Giulio Tremonti chiedeva alle nazioni europee di contribuire in proporzione a quanto le proprie banche fossero esposte verso i Paesi in difficoltà. Una proposta di equità ma che avrebbe significato, per Francia e Germania, un esborso molto più elevato rispetto all’Italia. L’idea non passò e come andò poi a finire, specialmente da novembre di quell’anno in avanti, lo sappiamo benissimo.

Se in quella prima sede fummo costretti a versare qualcosa come 14 miliardi, il conto rischia però di essere molto più salato. Il capitale sottoscritto dall’Italia assomma infatti a 125 miliardi di euro: significa che mancano all’appello ancora 111 miliardi, che il Mes può chiederci di versare in un tempo massimo di sette giorni. Quando? In caso di bisogno, ad esempio di fronte ad una crisi economico-finanziaria di una nazione aderente al trattato. Come quella che si palesa all’orizzonte se la pandemia di coronavirus continuerà a mettere in ginocchio l’economia italiana e minacciare seriamente anche quella europea. In tal caso, oltre a dover mettere mano al portafogli rischieremmo di finire nella tenaglia del sedicente “aiuto” del fondo, stanti gli squilibri macroeconomici (almeno secondo i paradigmi Ue) che si profilano per i nostri conti pubblici alla luce del – necessario – ricorso a quote maggiori di deficit.

La nuova Troika

L’Italia non rientrerebbe in alcuno dei parametri – deficit al 3% e debito al di sotto del 60% del Pil – per poter ottenere un supporto finanziario, se non in seconda battuta e cioé attendendo una ristrutturazione del debito la quale, benché non automatica, è implicitamente prevista. Non si spiegherebbe altrimenti il perché insistere, salvo alcune piccole limature di dettagli, sulle clausole di azione collettiva (le cosiddette “Cacs”) che mirano proprio ad agevolare percorsi di ristrutturazione dell’indebitamento.

Detta in altre parole: daremo 111 miliardi al Mes per vederceli poi prestati indietro (a strozzo) a patto però di decurtare il valore nominale di titoli nei quali milioni di italiani ancora investono i propri soldi: “un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori“, commentò l’ex capo economista di Confindustria e oggi vicedirettore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani Giampaolo Galli.

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Un’eventualità remota, si dirà, ma che alla luce dello scenario che si apre con la futura (e presumibilmente durissima) recessione da coronavirus non è da escludere. Se aggiungiamo le fibrillazioni sui mercati, ai quali viene data in pasto l’ipotesi che il debito sovrano da strumento tipicamente privo di rischio diventi da un giorno all’altro soggetto di un possibile default, il quadro è completo. Poteva esserci momento peggiore per far partire le macchine che porteranno, entro circa un anno e dopo la ratifica da parte dei parlamenti nazionali, all’avvio del Mes?

Filippo Burla

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5 Commenti

  1. NO AL MES:
    non cercate di farlo passare sfruttando l’emergenza:
    perchè se passerà,vi giuro che gli italiani si ricorderanno
    di questa porcata…e
    dei MANGIATORI DI CAROGNE che sfruttando questa situazione
    ci avranno messi incaprettati
    nelle mani delle banche e della troika:
    E UNA TALE SCHIFEZZA,
    NON RESTERA’IMPUNITA.

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