Roma, 3 mar – La guerra in Ucraina? L’inflazione galoppante? Le previsioni di crescita affossate dai prezzi dell’energia alle stelle? Niente di tutto questo: l’esecutivo rischia, per sua stessa ammissione, di cadere sulla… riforma del catasto. Proprio così. Testuali parole del sottosegretario al ministero dell’Economia, Maria Cecilia Guerra, la quale ha affermato che l’articolo 6 della delega fiscale, attualmente all’analisi del parlamento, “è dirimente e se non viene approvato si ritiene conclusa l’esperienza di governo”.

L’articolo 6 è quello, per l’appunto, che affronta il tema della riforma del catasto. Lo fa sotto la dizione di “Modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e revisione del catasto fabbricati”, formula con cui si vorrebbe operare “una presentazione di tipo informativo statistico”, come ha spiegato lo scorso autunno il premier Draghi. Di “fotografia veritiera e corretta dei nostri immobili” aveva parlato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini.

Riforma del catasto: ecco come si prepara la stangata sugli immobili

Se la questione è, all’apparenza, così neutra, perché farla passare come condizione per la permanenza in carica del governo? Può davvero Palazzo Chigi cadere su un aspetto che viene presentato come puramente tecnico? Tanto più che la riforma del catasto, pur essendo inserita all’interno del Pnrr, non è condizione necessaria per l’erogazione dei fondi del Next Generation Eu. Viene il dubbio, a questo punto, che di “statistico” abbia solo la forma. La sostanza suggerisce invece l’aumento della tassazione sui nostri immobili. Sui quali grava, è appena il caso di dirlo, un fardello che ammonta già a 40 miliardi di euro. Come se possedere una casa (e magari pure una seconda, acquistata con i risparmi di una vita di lavoro) fosse un delitto.

Ma come si passa dalla riforma del catasto all’incremento della pressione fiscale sul mattone? Il diavolo sta nei dettagli. Il governo promette che fino al 2026 i nuovi valori individuati non potranno essere utilizzati come base imponibile. La domanda sorge spontanea: e dopo? Dopo incombe, ancora una volta, l’Unione Europea. Perché è vero che i fondi del Recovery non sono collegati a questa riforma, ma è altrettanto vero che la stessa Commissione Europea ha già “suggerito” in passato di rivedere il nostro sistema impositivo: nelle raccomandazione specifiche del 2019, ad esempio, Bruxelles chiedeva di “spostare la pressione fiscale […] riformando i valori catastali non aggiornati”. Cosa significhi lo scoprirà il prossimo esecutivo, che si troverà con una pistola carica in mano.

Filippo Burla

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