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trump-protezionismoWashington, 10 nov – L’economia americana prima di tutto, seguono poi la Cina e il Messico e in ultimo, ma non per ultimo, l’Organizzazione mondiale per il commercio e i trattati internazionali a partire dal Nafta per arrivare al Tpp e al Ttip. Quello di Trump è un amplissimo programma di riforme e aggiustamenti, più o meno strutturali, già promessi più volte in campagna elettorale per far “Tornare grande l’America”, come da slogan scelto durante tutti questi mesi.

Il presidente in pectore non ha mai nascosto le sue mire protezionistiche: per Trump gli Stati Uniti devono tornare ad essere, se non autosufficienti, almeno capaci di produrre ancora in casa propria, come era – perché gli Usa sono una delle patrie, storicamente, del protezionismo – fino a non più di 20/30 anni or sono. Da qui lo scontro, ad oggi solo propagandistico, con la Cina accusata di tenere artificialmente basso lo yuan per avvantaggiare il proprio export. E sempre da qui la proposta di dazi doganali che potrebbero arrivare fino al 50% del valore dei beni importati in regime di dumping salariale o monetario.  Lo stesso dicasi per il Messico, vicino scomodo in virtù dell’accordo Nafta, definito da Trump “il peggior trattato commerciale della storia”. Questo non significa che da gennaio il trattato verrà cancellato di punto in bianco, ma la promessa è di arrivare ad una sua rinegoziazione, potere che tra l’altro il presidente detiene senza dover passare per il Congresso. Sorte analoga potrebbe toccare anche al Trans Pacific Partnership, già firmato ma ancora non ratificato. Si riducono poi le speranze per il Ttip, gemello del precedente che Trump non ha fatto mistero di non gradire. Dopo le brusche frenate da parte europea, l’elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca rischia di mettere una seria ipoteca sulle speranze di risolvere l’empasse.

Tra il dire e il fare c’è in mezzo Trump. Tutto dipenderà dalla squadra di governo che andrà a scegliersi, da quali leve vorrà attivare per mettere in pratica il programma economico e se davvero avrà la forza per imporsi. Perché sì, gli Usa rimangono il primo paese al mondo con una quota del 25% del Pil globale, ma è anche vero che la Cina controlla una quota rilevante del debito pubblico americano, disponendo dunque di una carta non indifferente da giocare sul complicato tavolo che si apre da qui in avanti. Un tavolo che può ribaltare scenari economici dati per acquisiti. Se Trump riuscisse, pur in via ipotetica, a mettere in pratica anche solo una piccola parte delle promesse, sarebbe lì a dimostrare che la globalizzazione degli scambi e l’abbattimento delle barriere non sono qualcosa di naturale e insito nell’ordine delle cose, bensì frutto di una precisa volontà. Razionale e calcolata, discutibile o meno, ma pur sempre una volontà umana. Per definizione, dunque, modificabile. Un precedente non da poco.

Resta il dato dell’incarico forte e chiaro che arriva dall’america rurale, dall’america operaia e dall’america che produce, schierata in blocco con Trump mentre tutto il resto della compagnia parassitaria, dai radical chic dell’intellighenzia semicolta ai ceti urbani improduttivi non ha esitato a prendere in massa le parti della Clinton. Ora sta al presidente eletto non tradire il mandato e le aspettative, anzitutto di chi gli ha permesso di arrivare sullo scranno più alto di Washington.

Filippo Burla

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