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Roma, 13 apr – 30 miliardi di euro, capaci (sulla carta) di attivare, secondo le più che ottimistiche – per non dire scentrate – previsioni del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, almeno 400 miliardi di risorse. Queste le cifre annunciate urbi et orbi al varo del cosiddetto decreto liquidità lo scorso 6 aprile. Una “potenza di fuoco”, per citare le parole usate, non indifferente, fatta di 200 miliardi in termini di fondi per il mercato interni e altrettanti a sostegno delle esportazioni. Resta solo una piccola – sia detto in senso ironico – questione: le aziende quando li vedranno per davvero?

La domanda non è peregrina visto che, ad una settimana di distanza, oltre al dl (annunciato il 6 ma pubblicato l’8 in Gazzetta ufficiale), che secondo il titolare del Mef era immediatamente “autoapplicativo”, di certezze non ve n’è nemmeno una. Non esiste alcun decreto attuativo, nessuna ulteriore specifica è circolata e, al di là degli annunci, le banche (così come Sace) brancolano ancora nel buio per capire come attivare le garanzie promesse. Un dettaglio, quest’ultimo, non indifferente visto che da un numero ormai quasi imprecisato di trimestri l’erogazione del credito avviene con il contagocce: la stretta è ormai una costante della nostra storia economica recente – si parla di miliardi in meno ogni mese – e rischia di diventare così un elemento ulteriormente destabilizzante nell’emergenza in cui siamo immersi.

Liquidità, le imprese chiedono da 30 a 140 miliardi

A fare i conti delle necessità delle imprese è stato il Centro studi Confindustria, che ha condotto alcune stime a seconda dei futuri scenari. A partire da quello “base” (con termine delle chiusure imposte entro il mese di giugno), nel quale si parla di una stima del fabbisogno di liquidità pari ad almeno 30 miliardi, che arrivano però a sfiorare i 60 se si considerano anche le realtà già in crisi prima dell’epidemia. Il secondo scenario è invece quello che sposta le lancette avanti fino a dicembre: in questo caso il fabbisogno passa da quasi 60 all’iperbolica cifra di 140 miliardi.

Ciò che il Csc segnala, al di là delle stime sulle cifre necessarie a non impedire la ripartenza una volta terminato il periodo critico, è che in assenza di contributi o garanzie pubbliche la cassa si azzeri rapidamente “e che tante imprese – si legge – non riescano più a far fronte ai pagamenti: questo potrebbe condurre a una diffusa crisi di solvibilità nel settore produttivo, anche per imprese con bilanci solidi prima del Covid-19”.

Filippo Burla

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