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Roma, 21 apr – Come un imponente edificio, la solidità economica della nazione si deve basare su solide fondamenta e su molteplici colonne portanti. Il settore edile è certamente e a pieno titolo uno di questi fondamentali pilastri, inoltre sarà di grandissima importanza soprattutto per la futura ripresa economica dell’Italia. In questi giorni, tuttavia, artigiani, piccole/medie imprese e grandi aziende stanno accusando il duro colpo inferto loro dai provvedimenti emessi dal governo con il DPCM del 21 marzo.



Guadagni e ricavi, un delicato equilibrio

Ad oggi, la ripartenza dei cantieri è prevista per il 4 maggio ma, focalizzando la nostra attenzione sul ramo edile, ci appare un quadro molto vasto e complesso che è basato, di fatto, su degli equilibri piuttosto delicati. Molto spesso, e qui il riferimento è in particolare alle piccole e medie imprese, le spese sostenute risultano piuttosto onerose: tasse, tributi, INPS, INAIL, pagamento di eventuali dipendenti, pagamento dei fornitori, assicurazioni ed altre svariate voci, vanno via via ad instaurare un equilibrio tra guadagni e ricavi che, se compromesso da un fattore esterno, come ad esempio l’emergenza coronavirus, rischia di far vacillare l’intera solidità aziendale e di portare nel peggiore dei casi al fallimento. Oltre a ciò, è doveroso far notare che in molti casi alcuni clienti onorano i pagamenti dovuti per i lavori svolti con grande ritardo; alcuni addirittura non pagano affatto.

È chiaro che l’evoluzione degli eventi legati alla diffusione del virus sono arrivati tra capo e collo rompendo di fatto tutti questi schemi. Appare altresì evidente che l’attività edile non può essere considerata al pari di quella sanitaria o alimentare. Se un cantiere subisce un ritardo, in linea generale, non si va incontro a pericoli immediati per la salute o per il sostentamento dei cittadini; tuttavia, non appare nemmeno corretto declassarla ad un’attività di scarsa rilevanza. Ciò che viene da chiedersi, quindi, è se effettivamente sia necessaria una chiusura così prolungata per i cantieri. Va detto che, in molti casi, nel settore ci si trova ad operare con distanze tra uomo e uomo superiori rispetto al metro e che già di prassi guanti e mascherine sono parte delle dotazioni dei dispositivi di sicurezza personali fornite ai dipendenti. Certo, non si può sottovalutare l’emergenza ma probabilmente, come già moltissime aziende metalmeccaniche fanno, si possono ugualmente mandare avanti i lavori adottando una serie di protezioni e comportamenti specifici atti alla salvaguardia della salute del singolo lavoratore.

L’inadeguatezza dei codici Ateco

Esistono, poi, alcune problematiche legate ai codici Ateco propri di ogni azienda. Tali codici sono una classificazione alfa-numerica con diversi gradi di dettaglio che vanno ad identificare una data azienda in base alle mansioni che essa svolge e al settore in cui essa opera. È proprio in base a tali codici che il governo ha stabilito quali aziende possono riprendere l’attività e con che tempistiche. I problemi emersi in questi giorni sono molteplici: dalle discrepanze tra codice e mansione svolta, alle caso in cui in un cantiere operino più ditte. Nel ramo edile, infatti, molto spesso non ci sono aziende in grado di portare a compimento un cantiere; anzi la maggior parte di esse necessitano per forza di terzisti, i quali potrebbero non rientrare tra i codici Ateco che hanno ricevuto il via libera alla ripresa dell’ attività. Dunque, anche ipotizzando, nel migliore dei casi, una riapertura il 4 maggio, molto probabilmente ci saranno comunque dei grossi intoppi o rallentamenti dovuti a tali problematiche. Insomma, di certo non sono le condizioni più idonee ad agevolare una forte e rapida impennata del settore.

Gli aiuti alle imprese

Un altro tema che merita un approfondimento è quello riguardante gli aiuti alle imprese. Un primo contributo a fondo perduto di 600 euro è già stato erogato per moltissime realtà professionali italiane indipendentemente dal settore di appartenenza. Tuttavia, appare chiaro che una cifra simile non è assolutamente consona alla risoluzione delle problematiche legate a questa emergenza. Ci sarebbe una seconda possibilità legata all’erogazione di fondi per le imprese garantiti al 100% dallo Stato italiano. Anche in questo caso esistono diversi scaglioni stabiliti in base al tipo di azienda: tra questi c’è quello relativo alle piccole e medie imprese. Queste ultime possono presentare una domanda per ottenere l’erogazione di un contributo pari al 25% del fatturato dell’anno scorso con un tetto massimo di 25mila euro da restituire con un tasso di interesse dell’1,3% in 6 anni. Ma attenzione: questi fondi non sono emessi dallo Stato italiano attingendo dalle proprie casse; sono emessi dalle banche e garantiti dallo Stato. Ciò comporta che, nell’eventualità che un’azienda fallisse prima di aver finito di restituire il proprio debito, sarebbe lo stesso Stato Italiano a coprire il saldo. Questo di per sé non comporterebbe alcun problema se godessimo di una sovranità monetaria; ma sappiamo che, tuttavia, non è così e quello a cui di certo andiamo in contro è un indebitamento nei confronti della Bce.

Quale futuro per l’edilizia?

Sarebbe, quindi, auspicabile che il governo prenda un provvedimento in tempi brevi per risolvere questa situazione optando, quanto prima, per una riapertura (laddove ne sussistano le condizioni idonee). Sarà in grado la nostra classe politica di comprendere la delicatezza e la gravità dei problemi a cui sta andando in contro questo importante settore?

Fausto Martini

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1 commento

  1. Sono un impresa edile, penso sia inutile spiegare la condizione attuale in cui mi trovo, avremmo avuto bisogno di un governo forte, peccato, c’è un governo in delirio che sta andando alla deriva.

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