ev-no_immigration_1Roma, 20 gen – Sulla base di uno studio della grande banca svizzera Ubs, l’Espresso sposa una posizione radicale nella vexata quaestio dell’equilibrio del sistema pensionistico europeo. In sintesi, la tesi è che il declino demografico e l’invecchiamento delle popolazioni del vecchio continente – che finora è un fatto – condurranno a un pericoloso squilibrio tra contributi previdenziali della forza lavoro attiva e pensioni corrisposte ai ritirati dal lavoro, per rimediare al quale sarebbe necessario accogliere nell’Unione 1,8 milioni di immigrati all’anno per dieci anni: 18 milioni tondi.

Una dinamica cui del resto ci stiamo agganciando a grandi passi, dal momento che solo nell’anno appena trascorso sono arrivati oltre un milione di immigrati, tra i pochi veri rifugiati e la stragrande maggioranza di migranti economici, superando perfino la nostra stima di alcuni mesi fa e prospettando per l’anno in corso ben più di due milioni di nuovi ingressi nel caso in cui il processo sia lasciato libero di svilupparsi senza controllo. Lo studio della Ubs entusiasticamente rilanciato dal gruppo Espresso-Repubblica, da sempre allineato alla tesi dell’accoglienza a prescindere, si fonda in realtà su due previsioni fondamentali: la prima, che i costi della prima accoglienza e dell’assistenza siano rapidamente compensati dalle rimesse previdenziali una volta che gli immigrati siano entrati nel mondo del lavoro, la seconda, che l’ingresso dei lavoratori allogeni non porti a scompensi negativi sui contributi dei lavoratori endogeni. Nel caso in cui queste premesse dovessero rivelarsi false, l’intero impianto delle tesi della Ubs e quindi dell’Espresso si rivelerebbero infondate e pericolose.

Il primo sospetto che qualcosa non vada nasce a prescindere dal merito, dal momento che le banche – piccole o grandi – non ne hanno azzeccato alcuna previsione importante negli ultimi 10 anni. Nel merito, però, le evidenze contrarie offerte da fonti indipendenti sono ancora più schiaccianti. Una delle prime l’avevamo offerta su queste colonne molti mesi fa, quando dimostrammo che la nuova immigrazione in Italia – che rimane una grande economia avanzata – ha prodotto un distinto e riconoscibile effetto negativo sulla ricchezza nazionale. Sempre su questo giornale demmo conto, successivamente, di numerosi studi recenti e approfonditi prodotti da istituzioni indipendenti e accademiche – che fino a prova contraria valgono molto più di un rapporto bancario – basate in Australia, Germania, Malesia, Norvegia, e un caso di studio molto dettagliato sulla Danimarca, che dimostravano concordemente e indipendentemente l’uno dall’altro che l’impatto finanziario sui paesi di destinazione – non solo a breve termine ma anche e perfino soprattutto a medio e lungo termine – di un’immigrazione dequalificata quale quella in oggetto è nettamente negativo, sia perché il costo sociale supererà sempre i contributi pensionistici complessivi dei nuovi lavoratori (molti degli immigrati condannati per altro alla disoccupazione o alla sotto-occupazione), sia perché le retribuzioni dei lavoratori endogeni saranno destinate ad accelerare lungo la via del declino già intrapresa.

Una conclusione netta, questa, confermata da tutti gli studi indipendenti più recenti che siamo riusciti a rintracciare. Quello di Benjamin Powell sulla Review of Austrian Economics, per esempio, punta il dito sulla distorsione del mercato del lavoro che vanificherebbe ogni previsione di riequilibrio del sistema pensionistico. Uno studio di Università americane dedicato all’Europa evidenzia come l’ultimo salvataggio della Grecia deciso dalle autorità tedesche sarebbe stato motivato principalmente dalla prospettiva, in caso di default del paese ellenico, di un flusso immigratorio ancora maggiore e fonte di squilibri drammatici nel mercato del lavoro in Germania. Più in generale, l’impatto sarebbe talmente devastante da mettere a rischio la sopravvivenza stessa delle istituzioni statali: esattamente l’opposto di quello che predicano Ubs e l’Espresso. È poi proprio l’articolo di un istituto svizzero – quello per gli studi internazionali e sullo sviluppo – a sottolineare che il flusso di immigrati illegali è destinato a impattare molto negativamente sulle opportunità occupazionali dei lavoratori nativi, sulla stabilità fiscale e – appunto – pensionistica dei paesi di accoglienza, nonché ovviamente sulla sicurezza e l’omogeneità culturale e valoriale delle comunità oggetto di invasione.

Altri lavori scientifici potrebbero essere menzionati ma ci fermiamo qui, salvo sottolineare la mai troppo ricordata importanza del livello di retribuzioni dei lavoratori non di élite – cioè quasi tutti gli occupati – sulla dinamica della domanda, che è la vera causa ultima della drammatica crisi deflazionaria – finanziaria, commerciale e industriale – in cui l’economia globale si sta avvitando. Sebbene, come la solita economista Gail Tverberg – con molta chiarezza nel suo ultimo contributo – non smette di puntualizzare, le cause ultime siano da ricercare nei limiti delle risorse a basso costo di estrazione e trasformazione, abbiamo ricordato come le peculiarità economiche dell’Europa le possano consentire ancora di cavarsela meglio di altre aree, ragione per cui abbandonarsi alla logica perversa dell’immigrazione dequalificata e incontrollata appare niente meno che un suicidio i cui primi responsabili sono le classi dirigenti attualmente al potere. Nonostante Ubs e il gruppo Espresso-Repubblica.

Francesco Meneguzzo

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