Intra_EU_exports_compared_with_Extra_EU_exports_2013
Confronto tra esportazioni all’interno della Ue (rosso) e all’esterno (blu), come percentuali delle esportazioni complessive (anno 2013)

Roma, 10 gen – Nonostante sia un nano militare e politicamente pressoché ininfluente sul piano mondiale, paradossalmente l’Europa si è trovata da un anno e mezzo a questa parte in una situazione migliore rispetto a quasi tutto il resto del mondo.

In primo luogo, la quota del commercio interno ai 28 paesi dell’Unione è significativamente superiore a quella degli scambi verso l’esterno, sebbene negli ultimi 15 anni la differenza si sia andata riducendo, in particolare per l’Italia, la cui esposizione allo stato delle economie extra-Ue rappresenta un pericolo molto concreto, come già sperimentato nelle vicende delle sanzioni all’Iran e alla Russia.

In secondo luogo, il sostenuto declino delle produzioni interna di materie prime – petrolio e gas naturale tra tutte, ma anche minerali – è stato molto efficacemente compensato dal crollo dei prezzi di praticamente tutte le materie prima stesse, rendendone l’importazione molto più economica e abbassando di conseguenza i costi di produzione per l’ancora dominante settore manifatturiero.

In terzo luogo, la popolazione endogena non è sostanzialmente aumentata da un paio di decenni – in molti casi anzi è declinata – evitando quindi di aggiungere pressione alle finanze pubbliche, sebbene gli squilibri sul fronte pensionistico e assistenzialistico siano moderatamente cresciuti in ragione della diminuzione della forza lavoro potenziale.

Per tutto questo, nonostante l’incapacità della maggior parte dei governi europei – tra cui quello Italiano e, forse perfino peggio, l’euroburocrazia centrale – il vecchio continente è passato se non indenne almeno non gravemente danneggiato attraverso i marosi che hanno iniziato a travolgere l’economia globale.

Non è stato fatto niente, però, per mettere in sicurezza il futuro dell’Europa, anzi sono state create le premesse per un vero e proprio collasso trascinato da fattori esterni che si fanno di giorno in giorno più minacciosi.

La gigantesca bolla del debito sovrano non soltanto è pronta a scoppiare, ma le avvisaglie ci sono tutte, a partire dalla Cina come sperimentato dalla scorsa estate e clamorosamente proprio in questi giorni con i crolli a catena dei valori azionari. La stessa economia americana sta con un piede nella recessione, e forse con tutti e due: nonostante i trucchi statistici, nel mese di dicembre sono stati creati appena 11mila posti di lavoro, in gran parte relativi a impieghi a bassa remunerazione, perpetuando l’emorragia del peso delle retribuzioni sul totale dell’economia e ulteriormente comprimendo la domanda.

Il livello del commercio mondiale è crollato ampiamente al di sotto del minimo storico da quando oltre 30 anni fa sono iniziate le rilevazioni attendibili e anche solo questo dato costituirebbe un sufficiente termometro della febbre cronica che soffoca l’economia globale.

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Da 40 anni, a differenza dei decenni precedenti, all’aumento del debito non corrisponde più un pari aumento del prodotto lordo globale: la redditività degli investimenti diminuisce (fonte: Gail Tverberg)

La tempesta perfetta portata dalla combinazione dell’aumento della popolazione mondiale (76 milioni di individui aggiunti ogni anno), della crescita esponenziale del debito, dell’aumento del costo di estrazione delle materie prime energetiche e minerali, della diminuzione di redditività della maggior parte delle attività industriali e quindi la mancata crescita o la compressione delle retribuzioni medie del lavoro dipendente, chiaramente illustrata spiegata in questi giorni dall’economista Gail Tverberg che ne aveva anticipato i contenuti tempo fa in un’intervista esclusiva per questo giornale, è destinata a sconvolgere irreversibilmente gli assetti economici e geopolitici del pianeta, probabilmente già quest’anno o al massimo il prossimo, sebbene non sia ancora possibile sapere se si tratterà di numerosi default almeno parzialmente controllabili oppure di un collasso generalizzato.

Sullo specifico fronte energetico, la corsa al mantenimento delle quote di esportazione del petrolio – e a nuove fonti di introito – per i paesi produttori schiacciati dalla drastica riduzione dei proventi (prezzi in caduta libera e domanda in calo) e da demografie espansive e spesso quasi parassitarie, rappresenta la motivazione fondamentale delle guerre per procura (Siria e Iraq, Yemen, Libia) a forte rischio di farsi in breve tempo dirette e assai più ampie, come per esempio tra Arabia Saudita e Iran con rispettivi alleati al seguito.

Sullo sfondo, l’ancora più temibile collasso della produzione petrolifera, eventualmente determinato per via militare o per la cessazione del credito alle innumerevoli attività estrattive ormai anti-economiche, in grado di lasciare letteralmente a piedi gran parte del mondo sviluppato e di affossare definitivamente la catena di approvvigionamento delle merci.

Si tratta, in tutti gli scenari accennati – da quello finanziario a quello demografico, commerciale, industriale ed energetico – di fenomeni sistemici, la cui dinamica, una volta innescata per cause naturali (materie prime) o artificiali (debito), appare ormai praticamente indipendente da qualsiasi opzione politica praticabile a livello globale. In pratica, un riassestamento complessivo e doloroso è di fatto inevitabile.

Non così a livello continentale, almeno per l’Europa.

Il problema probabilmente principale e ogni giorno più pesante per il nostro continente – l’immigrazione in massa di individui per lo più dequalificati e spesso violenti, incompatibili con la cultura e il sistema di valori europeo, causa di costi aggiuntivi immensi sia diretti che indiretti – mentre si annovera a pieno titolo tra quelli sistemici e dotati ormai di una propria dinamica esponenziale legata al progressivo deterioramento delle economie dei paesi (ex-)produttori e di altri già deboli, per sua natura si presta a essere efficacemente affrontato e depotenziato attraverso il controllo delle frontiere. Sempre che l’Europa si decida ad assumere le decisioni politiche conseguenti – un piano sul quale – verosimilmente e auspicabilmente – si giocheranno gli equilibri di potere nazionali e continentali nel futuro prossimo. Altrimenti, non rimarrebbe che prepararci a oltre due milioni di ingressi quest’anno, sei milioni il prossimo e così via, finché non sarà troppo tardi per fare qualsiasi cosa.

Un secondo grave problema è sicuramente quello energetico: se finora i paesi europei e i relativi consumatori e attori economici hanno potuto godere di una tanto inaspettata quanto drastica riduzione dei prezzi, la minaccia di una distruzione degli approvvigionamenti di cui il caso libico ormai trasformato in un set di Mad Max è soltanto un assaggio, rischia di trovarci completamente impreparati, non avendo fatto praticamente niente per ridurre la dipendenza dalle importazioni extra-Ue, che invece è perfino aumentata. Non esiste una ricetta pronta né facile al riguardo, ma nemmeno è stata cercata, in una oscillazione frenetica quanto velleitaria tra promozione delle fonti rinnovabili, ipotesi di ritorno al nucleare e vana ricerca di recupero delle declinanti produzioni interne.

Attraverso una svolta radicale delle politiche europee sull’immigrazione, sull’energia e certamente anche sulla finanza e sulle alleanze internazionali (onde evitare, per esempio, di essere trascinati in un conflitto allargato, dagli esiti imprevedibili e allo stato del tutto estraneo ai nostri interessi, e forse anche per scongiurarlo), forte della sottostante eccellenza e potenziale autosufficienza della manifattura e del commercio, l’Europa può ancora farcela e tornare ad assumere un ruolo centrale nel mondo. Una svolta radicale e sovranista per la quale vale la pena lottare senza risparmio.

Francesco Meneguzzo

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