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Roma, 28 apr – E’ l’Italia la prima nazione ad aver chiesto di accedere alle risorse del Fondo di solidarietà. A comunicarlo la Commissione europea, spiegando che la richiesta di sostegno finanziario è stata inoltrata “per affrontare la pandemia da coronavirus e i suoi effetti”.



Cos’è il Fondo di solidarietà europeo

Istituito nel 2002 per fornire sostegno agli Stati membri (o in via di adesione) dell’Ue colpiti da calamità naturali quali terremoti, inondazioni o incendi boschivi, da allora ha erogato oltre 5 miliardi di aiuti. L’Italia è stata tra i suoi principali beneficiari visti i numerosi eventi che si sono succeduti, basti pensare solo ai sismi che hanno colpito la nostra penisola.

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A marzo di quest’anno, con voto del Parlamento europeo su proposta della Commissione, il raggio d’azione del Fondo di solidarietà è stato esteso anche alle emergenze relative alla salute pubblica. Lo scopo è quello di di permettere alle nazioni colpite dalla pandemia di godere di un sostegno economico, limitato però alle sole spese sanitarie. Fra queste, quelle ammesse sono, a titolo di esempio: l’acquisto di dispositivi di protezione, gli esami di laboratorio, il reperimento dei medicinali, sviluppo di cure e terapie, spese per il potenziamento degli organici e per la disinfezione dei locali, extra costi legati al controllo delle frontiere. Le risorse del Fondo di solidarietà, a differenza di altri strumenti attualmente allo studio di Bruxelles – primo fra tutti il Recovery Fundnon vengono in teoria erogate sotto forma di prestito e non sono soggetti a condizioni macroeconomiche (se non legate alla qualità della spesa, che deve essere legata all’evento calamitoso). Sono inoltre al di fuori del bilancio Ue, non potendosi quindi in questo caso quindi eccepire il fatto che l’Italia sia contributore netto allo stesso.

L’Ue ci fa la carità

Tutto bene, quindi? L’Unione, in effetti, sembra aver battuto un colpo. Fino ad un certo punto. Perché è vero che la modifica al regolamento sul Fondo di solidarietà permette un minimo di respiro, ma allo stesso tempo non esistono garanzie sul quando le somme verranno erogate. La Commissione si è infatti data tempo fino al 24 giugno per raccogliere le domande, dopo quella data verranno vagliate e solo in un secondo momento “le valuterà in un unico pacchetto – si legge – al fine di garantire l’equo trattamento di tutti i casi”, dando infine luogo agli stanziamenti.

Ammesso e non concesso che Bruxelles possa essere celere, significa che non vedremo un euro prima di luglio inoltrato. Poco male: le spese ammissibili possono riguardare anche impegni già sostenuti in passato, liberando così risorse per altri interventi. Ma di quanto stiamo parlando?

Qui, come si suole dire, casca l’asino. Il Fondo di solidarietà ha in dotazione, per l’anno 2020, 800 milioni di euro. In totale, quindi da suddividere tra tutti coloro che ne faranno richiesta. D’accordo: l’Italia è la nazione più colpita dal coronavirus, lecito attendersi che possa beneficiare di un qualche occhio di riguardo. Poniamo che la generosità della Commissione possa garantirci, diciamo, 200 milioni di euro. E ancora d’accordo: a caval donato non si guarda in bocca, ma che spazi finanziari concede al bilancio pubblico? Domanda retorica: la risposta è zero. O poco più. Tutta qui la forza dell’Ue? Vien quasi da riabilitare la “potenza di fuoco” e i moltiplicatori alticci di Conte e Gualtieri.

Filippo Burla

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