Roma, 18 lug – Quattro miliardi di metri cubi in più. Questo il quantitativo di gas che l’Algeria, ormai diventato il nostro primo fornitore, si impegna a consegnarci a partire dalle prossime settimane. Una boccata d’ossigeno per riempire gli stoccaggi e affrontare con qualche certezza in più il prossimo inverno, ma che non basterà a dare respiro alla nostra economia. Le previsioni per la fine di quest’anno e il prossimo (ma anche per il 2024) si fanno infatti più grigie ogni giorno che andiamo verso lo stop alle forniture dalla Russia.

Perché il gas dall’Algeria non basterà

Il primo motivo è di natura strategica. Se la Germania sta letteralmente andando a sbattere contro la sua politica del fornitore (quasi) unico – per perseguire la quale è stato impedito all’Italia di diventare hub euro-mediterraneo dell’oro blu -, con l’interruzione dei flussi da Mosca e la necessità di rivolgerci ad altri, il potere contrattuale di questi ultimi aumenta di conserva. L’esatto contrario del principio di diversificazione, che dovrebbe orientare tutte le decisioni in tal senso nell’ottica di equilibrare i rapporti tra clienti e fornitori. Il secondo motivo è di natura economica. Per come è strutturato il mercato nel vecchio continente, l’esplosione dei prezzi è ad oggi qualcosa di difficilmente arginabile a prescindere da quantità, qualità o distribuzione geografica del gas naturale in arrivo.

Dalla crescita alla (quasi) stagnazione

Pochi mesi fa Banca d’Italia aveva previsto, in caso di embargo totale nei confronti della Russia, due anni di recessione e almeno mezzo milione di posti di lavoro in fumo. Il pericolo che da oriente non giunga più gas si fa ogni giorno più concreto e le stime sul futuro prossimo vanno di conseguenza. Forse riusciremo a scampare il segno meno davanti all’andamento del Pil quest’anno, ma solo perché nel frattempo il flusso non si è interrotto e abbiamo messo abbastanza fieno in cascina. Stando all’ultimo bollettino di via Nazionale, tuttavia, quella che non più tardi dello scorso autunno doveva essere, secondo il governo, una crescita vicina al 5% potrebbe, nello scenario avverso, scendere al di sotto dell’1%.

Da crescita sostenuta a quasi stagnazione il passo è stato breve e ci consegna un Pil fermo ai livelli del 2016, che a loro volta erano quelli di inizio millennio: il recupero dei vent’anni persi si fa sempre più difficile. Meglio non andrà nel 2023, quando – sempre in caso di scenario avverso di interruzione delle forniture da Mosca – la crescita del Prodotto osserverebbe una contrazione vicina ai due punti percentuali. Per la ripresa bisognerà, a questo punto, aspettare il 2024, ma in presenza di un quadro deteriorato soprattutto dal lato del lavoro: “Il tasso di disoccupazione si porterebbe nel biennio 2023-24 – scrivono da Palazzo Koch – su livelli più elevati di quelli prefigurati nello scenario di base per poco più di un punto percentuale”, dunque al di sopra del 9%. Tutto questo sempre che non arrivino ulteriori (auto)sanzioni. O addirittura peggio.

Filippo Burla

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta