Roma, 18 lug – Tra un “Draghi resta” più scontato del buio alle tre di notte e il centrodestra che “prova” ad andare al voto, le ultime ore sulla crisi sono la fiera della banalità, come riportano anche gli aggiornamenti Ansa.

L’appello “Draghi resta” dei sindaci e le dichiarazioni del centrodestra

Ieri sera i sindaci che chiedevano a Mario Draghi di “restare a Palazzo Chigi” erano più di 1.000. Insomma, un successone, un trionfo dello spirito libero, per usare i toni propagandistici di certa stampa. Sembra un po’ ciò cui abbiamo assistito quando è arrivato, Draghi, quando è stato nominato presidente del Consiglio, ormai un anno e mezzo fa. Una versione simile, certamente, non identica, ma con in comune quella santificazione del personaggio anche oggi ancora presente e viva. Supermario non può andarsene, è l’unico che può salvarci. Ed ecco che l’appello più telefonato della storia politica italiana si concretizza, ricevendo solo qualche contestazione da Giorgia Meloni (“mi chiedo se tutti i cittadini rappresentati da Gualtieri, Sala, Nardella o da altri sindaci e presidenti di Regione che si sono espressi in questo senso, condividano l’appello perché un governo e un Parlamento distanti ormai anni luce dall’Italia reale vadano avanti imperterriti, condannando questa Nazione all’immobilismo solo per garantire lo stipendio dei parlamentari e la sinistra al governo”, ha dichiarato il presidente di Fratelli d’Italia).

Se Draghi l’infallibile deve restare a tutti i costi, il centrodestra deve chiedere le elezioni: il copione, grosso modo, prevede questo. E così Silvio Berlusconi e Matteo Salvini firmano una nota congiunta in cui dichiarano che il patto di fiducia all’esecutivo “si è rotto”. Mentre al “momento della verità” (come con molta fantasia lo chiama l’Agenzia Nazionale della Stampa) mancano tre giorni: ovvero quando l’infallibile Draghi dovrà riferire in Parlamento sullo stato della crisi.

“Momento della verità” o perdita di tempo?

Per carità, nessuno prevede il futuro. Ma la sensazione che si ricava dalle bagarre istituzionali e parlamentari è molto vuota. Già l’atteggiamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato indicativo, con le dimissioni rifiutate al premier e l’invito a “riferire” mercoledì. Poi gli appelli per rimanere, la santificazione generale. Insomma, sembra tutto tristemente prevedibile. E il Draghi bis dietro l’angolo: se dovesse accadere, probabilmente non si avrà la forza neanche di farci qualche risata sopra. Ma vedremo cosa accadrà. Magari “confortati” dallo sfondo obiettivamente bizzarro del Movimento 5 Stelle, che con le sue bagarre interne si conferma da anni, perfino nel suo letto di morte, come la compagine politica più imbarazzante della storia repubblicana.

Alberto Celletti

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