Il Cairo, 30 giu – 850 miliardi di metri cubi di gas naturale. A tanto ammontava la scoperta del giacimento Zohr al largo dell’Egitto, che nel 2015 fu pietra miliare nella storia della ricerca di idrocarburi nel mar Mediterraneo. A tre anni di distanza è sempre l’Eni a dettare il passo: stando a quanto riportano media locali, la società italiana avrebbe individuato nel bacino denominato Noor un secondo giacimento che, stando alle prime prospezioni, sarebbe tre volte più grande del primo, il cui record verrebbe così polverizzato. Se le stime fossero confermate – l’estrazione dovrebbe cominciare entro qualche mese – si tratterebbe di una svolta dal punto di vista sia operativo che geopolitico.

Operativo perché Eni punta sul modello duale di esplorazione (“dual exploration model“), investendo ingenti risorse sulla ricerca di idrocarburi per poi cedere quote (mantenendo comunque la maggioranza relativa) dei giacimenti individuati. E’ successo ad esempio in Mozambico, dove il Cane a sei zampe ha monetizzato anticipatamente la maxi scoperta di un giacimento sempre di gas naturale cedendo il 40% dello stesso. Identico discorso per quanto riguarda Zohr in Egitto e, presumibilmente, analoga scelta sarà adottata per Noor. Una strategia che ha consentito ad Eni di incassare, dal 2013 ad oggi, qualcosa come 10,3 miliardi di dollari.

Il secondo fronte è quello geopolitico. L’area orientale del Mediterraneo si sta rivelando promettente dal punto di vista della ricerca di idrocarburi, tanto da sollevare non poche tensioni internazionali. Israele, Turchia ed Egitto sono i principali – nel bene e nel male – protagonisti di questa stagione. E’ di pochi mesi fa, ad esempio, la querelle che vide una nave Eni allontanata dalle coste di Cipro a seguito dell’intervento della marina di Ankara, che nel colpevole silenzio del nostro governo minacciò i tecnici chiamati ad operare sulla base di un accordo siglato con le autorità del sud dell’isola. Tornando all’ombra delle piramidi il pensiero non può poi che correre alla vicenda di Giulio Regeni, i cui contorni restano ancora tutti da chiarire non potendo escludere alcuna pista. Compresa quella di un coinvolgimento di soggetti stranieri (alias britannici) in qualche modo gelosi dei rapporti privilegiati Eni-Egitto, che nei concitati mesi a seguito del ritrovamento del cadavere del giovane ricercatore sembravano aver toccato il minimo storico. Grazie ad un certosino lavoro “diplomatico”, fatto spesso all’ombra dei canali ufficiali, la società fondata da Enrico Mattei ha tuttavia proseguito a testa bassa nelle sue attività. Fino ad arrivare a questa scoperta – Il Cairo potrebbe da oggi diventare uno dei grandi esportatori di gas – capace potenzialmente di ridisegnare il risiko mondiale degli idrocarburi. Con l’Italia a fare, nonostante tutto, da protagonista.

Filippo Burla

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