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Roma, 21 feb – “Gli imprenditori stranieri (titolari o soci di imprese) sono 739.568, su una platea totale di 7,5 milioni. Si tratta di un numero in crescita costante dal 2011, quando erano 572mila. L’aumento è del 29,3% in dieci anni. Fra il 2019 e il 2020, invece, il numero degli imprenditori nati all’estero è cresciuto del 2,3%, con una sostanziale tenuta, nonostante l’epidemia”. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto della Fondazione Leone Moressa. Mentre le aziende italiane sono travolte dalla pandemia quelle degli imprenditori immigrati registrano un trend positivo. Il fenomeno sembrerebbe inspiegabile ma in realtà è solo una conferma di ciò che abbiamo visto in questi anni.



Perché gli immigrati si sono messi in proprio?

Prima di entrare nel merito del suddetto studio è utile dire due parole sugli autori di questa analisi. La fondazione Leone Moressa è un centro studi (legato alla Cgia di Mestre) specializzato nello studio delle fenomenologie e delle problematiche relative alla presenza straniera sul territorio. Prende il nome dall’artigiano- partigiano Leone Moressa. La Flm già in passato aveva lodato l’intraprendenza degli imprenditori immigrati e, ovviamente, anche oggi conferma quanto detto in questi anni.

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La ricercatrice Chiara Tronchin ci spiega quali sono le cause di questo successo: “Chi è nato all’estero può essere stato costretto a cercare un’alternativa al mercato del lavoro dipendente a causa della crisi, o semplicemente essersi unito in società con parenti o connazionali con la speranza di prospettive migliori”. In pratica la dottoressa Tronchin ci dice che mentre gli italiani rimanevano chiusi in casa terrorizzati dalla pandemia gli stranieri si mettevano in proprio per guadagnarsi da vivere. Peccato che se un barista italiano avesse osato alzare la saracinesca, oltre alla multa, sarebbe stato esposto al pubblico ludibrio come un untore. Forse, sarebbe più giusto dire che molti immigrati hanno aperto la partita iva perché, essendo senza un contratto lavoro temevano di essere rimpatriati.

I numeri sugli imprenditori immigrati

Tornando ai dati forniti dallo studio, si evince che le aziende a conduzione straniera sono 563.176 imprese su un totale di 5,1 milioni. Spicca su tutti la Lombardia che è la regione con il più alto numero di imprenditori stranieri, in questo caso, la componente immigrata rappresenta l’11,6% dell’imprenditoria complessiva. Poi ci sono il Lazio, la Toscana, l’Emilia-Romagna e Veneto.

Le concentrazioni più importanti di imprenditori immigrati sono nelle grandi città: Milano, Roma, Torino e Napoli. Se invece consideriamo l’incidenza sul totale degli imprenditori, il picco massimo si raggiunge a Prato, dove uno su quattro è straniero. È interessante osservare la provenienza dei nuovi lavoratori autonomi. Ovviamente la Cina si conferma sempre il primo paese d’origine degli imprenditori stranieri: sono 75.906. Proprio per questo, è utile soffermarsi sulle aziende gestite dagli immigrati che provengono dal fu Celeste Impero.

Le accuse di Unimpresa

Non possiamo, dunque, fare a meno di citare il rapporto di Unimpresa “La crisi dei distretti industriali e delle pmi”. In questo studio, pubblicato due settimane prima dello studio della fondazione mestrina, l’associazione datoriale denuncia la concorrenza sleale dei laboratori cinesi clandestini sottolineando che “le piccole fabbriche gestite da imprenditori del Dragone costituiscono, con la guerra dei costi, la più pericolosa bomba per il futuro dei distretti industriali e delle nostre pmi. Almeno finché non dovranno anche loro fare il Durc (Documento Unico di Regolarità Contributiva). Ma quando?” L’ultima stoccata, anche se solo per addetti ai lavori, non è meno importante. Difficilmente la sarta cinese che lavora nel capannone 12 ore al giorno denuncerà il proprio datore di lavoro per il mancato versamento dei contributi previdenziali. Quanti sindacalisti della Cgil saranno pronti a difenderla? La risposta è fin troppo scontata.

Come dar torto allora ad Unimpresa? D’altro canto non sarebbe neanche giusto accusare i rappresentanti dei lavoratori. Il motivo è semplice: chi lavora in quei capannoni è un fantasma per chi vive fuori da quella comunità. Tra gli immigrati si ripetono gli stessi schemi che hanno avuto come protagonisti gli emigranti italiani, o anche chi dal Mezzogiorno si spostava al Nord per cercare fortuna.

In sintesi, non possiamo dire che il successo degli imprenditori immigrati si fonda sempre sullo sfruttamento. Tuttavia, un immigrato affamato obbedisce più facilmente. Soprattutto quando il “padrone” parla la sua stessa lingua.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. un Paese serio e soprattutto non viziato dal cuckoldismo morale della sinistra avrebbe imposto ai cittadini stranieri:

    1) di non poter aprire NULLA senza avere un socio italiano al 51%;

    2) di anticipare una certa somma,diciamo un 20.000-30.000 euro all’erario,da cui scalare alle scadenze fiscali previste i relativi importi;

    3) mai e per nessuna ragione al mondo assegnare un permesso di soggiorno alla semplice apertura di una partita IVA,senza avere dei fondi minimi per l’apertura di una attività,tra affitto locali,arredamento e magazzino.

    a proposito,le tasse versate da tutti gli stranieri in Italia sono una cosa assolutamente residuale:

    circa 7,5 miliardi di euro all’anno,ossia appena 1.500 euro come media a testa, per i 5 milioni di residenti in Italia.

    solo il comparto Scuola,Sanità,Sicurezza costa circa 300 miliardi di euro all’anno, ossia:

    5.000 euro a testa (italiani e stranieri,belli e brutti) per i 60 milioni di residenti nel nostro Paese.

    poi…oltre a Sanità,Scuola.Sicurezza vi è tutto il resto per oltre 800 miliardi di euro all’anno.

    giusto per non dimenticare il funzionamento della calcolatrice in nome degli “anti-rassismi”.

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