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Il primo ministro britannico David Cameron con il presidente cinese Xi Jinping

Roma, 17 mar – L’Italia, la Germania e la Francia, facendo seguito all’analoga mossa britannica della scorsa settimana, entreranno come soci fondatori della Banca asiatica per gli investimenti e le infrastrutture (Aiib), voluta e finanziata in maggioranza dalla Cina come alternativa alla Banca Mondiale di Washington e alla Banca asiatica dello sviluppo sponsorizzata dagli Usa.

La Aiib, partita con 22 membri tutti dell’area asiatica, è finalizzata alla concessione e gestione degli investimenti principalmente nei settori dei progetti regionali di natura infrastrutturale ed energetica; includendo paesi come l’India e, ovviamente, la Cina, il mercato cui si rivolge è gigantesco e tale da rivaleggiare con le istituzioni finanziarie controllate da oltreoceano.

La dotazione finanziaria iniziale della Aiib, formalmente inaugurata con una cerimonia a Pechino il 24 ottobre 2014, è di 100 miliardi di dollari. Pur non essendo allo stato noto in quali divise saranno denominati gli investimenti, è facile scommettere su un paniere di valute che non vedranno il dollaro americano quale dominatore della scena.

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Paesi inizialmente aderenti alla Aiib

Importanti paesi dell’area quali Corea del Sud e Giappone si sono tirati fuori dalla nuova gigantesca istituzione finanziaria, almeno per il momento, in seguito alle pressioni americane, aderendo invece a all’alternativa Banca asiatica dello sviluppo, che a questo punto vede ridurre drasticamente il proprio mercato di riferimento.

Un altro paese strategico, l’Australia, sebbene inizialmente dissuaso dagli Usa, nei giorni scorsi ha deciso – per iniziativa del premier Tony Abbott – di riservarsi la decisione di aderire o meno secondo la convenienza per il proprio paese. Lo stesso hanno fatto Singapore, sostanzialmente equidistante  dai due giganti mondiali, e soprattutto dalla Nuova Zelanda, che invece sta a pieno titolo nell’orbita occidentale.

Per tornare all’Europa, giovedì scorso il ministro delle finanze britannico George Osborne sorprese il mondo dichiarando: “Sono lieto di annunciare oggi che il Regno Unito sarà il primo grande paese occidentale a diventare membro fondatore potenziale dell’infrastruttura Asian Investment Bank, che ha già ricevuto un sostegno significativo nella regione”. Le reazioni americane non si sono fatte attendere: pur riconoscendo che si tratta di una decisione “sovrana” del Regno Unito, il sentimento dell’amministrazione Usa è ben sintetizzato dalle dichiarazione di un anonimo alto funzionario governativo di Washington, citato dal Financial Times e dall’Economist, secondo il quale l’America “è diffidente rispetto alla tendenza verso un costante atteggiamento accomodante nei confronti della Cina, che non è il modo migliore di affrontare una potenza emergente ”. D’altra parte, chiosa lo stesso Economist, la stessa strategia funzionò piuttosto bene un secolo fa, quando la Gran Bretagna era la potenza incombente, e l’America quella emergente, in una analogia che di certo non sarà facilmente digerita dalle parti di Washington.

Staremo a vedere se e come gli Usa reagiranno al “contagio” cinese che, partito da Londra, ha ora investito, in un inatteso quanto benvenuto sussulto sovranista, anche Berlino, Parigi e Roma.

A U.S. $100 banknote is placed on top of 100 yuan banknotes in this picture illustration taken in Beijing
Accelera la de-dollarizzazione delle valute mondiali

Ad accelerare la spinta multi-polare contribuisce poi la costituzione, decisa a Fortaleza in Brasile lo scorso luglio, della Nuova banca dello sviluppo Brics (NDB Brics), quale esplicita alternativa al Fondo monetario internazionale e di nuovo alla Banca mondiale, destinata a finanziare cooperativamente lo sviluppo dei paesi Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa (un terzo del pianeta) – con sede ancora in Cina, a Shangai, e importante succursale in Sud Africa. Anche la banca dei Brics, che entrerà in funzione dal 2016, sarà dotata di un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, nuovamente finanziati con quota di maggioranza relativa dalla Cina.

Nonostante politiche nazionali ondivaghe e spesso incerte, quindi, la storia pare aver accelerato verso uno sbocco multi-polare e una sostanziale de-dollarizzazione negli investimenti e negli scambi commerciali. Proprio quest’ultima tendenza è, probabilmente, quella che spaventa di più le élite di un paese, come gli Usa, che ha fatto della stampa forsennata della propria moneta e della relativa circolazione forzata e crescente nel mondo la base della sua ricchezza e controllo.

I nuovi sviluppi internazionali potranno eventualmente dimostrare quanto questa strategia sia stata miope ed effimera.

Francesco Meneguzzo

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