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l43-tribunale-milano-120605184416_bigRoma, 16 lug – Con la sentenza nr. 15.224 depositata il 3 luglio scorso la Terza Sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ha condannato gli istituti Intesa San Paolo, Banca Carige, Unicredit Banca, Credito Italiano, Banca di Roma e Centrobanca a risarcire i clienti ai quali hanno venduto azioni di un società immobiliare sull’orlo del fallimento.



Siamo alla fine degli anni ’90, l’onda lunga della crisi del mercato immobiliare colpisce duramente la SCI S.p.A. ed il pool di Banche (ad eccezione di Centrobanca), fortemente esposte, decide di costituire un Comitato deputato al risanamento dei conti della società milanese. L’operazione consiste nel convertire gli ingenti crediti in azioni (sostanzialmente gli istituti di credito diventano proprietari della società immobiliare) che successivamente verranno messe in vendita sul mercato azionario. Tutto lecito se non fosse che il 10 giugno 1997 la società Vitali Borghesi S.p.A. (advisor incaricata di predisporre il piano di risanamento) trasmette al Comitato un rapporto classificato come “strettamente confidenziale” nel quale comunica il pessimo stato della società immobiliare e prospetta una ricapitalizzazione oppure, come unica alternativa, di prendere in esame la proposta di acquisto proveniente dalla statunitense Tamarix Capital Corporation.
Della situazione di estrema gravità nulla era trapelato sulla stampa anzi, con delle notizie rilevatesi poi infondate, nell’agosto del 1997 vengono diffuse informazioni su un apparente miglioramento dei dati di bilancio e sulla possibilità di un O.P.A. (offerta pubblica di acquisto) sulle relative azioni. In questo contesto le Banche, probabilmente in prospettiva di un maggior guadagno, rifiutano l’offerta della corporation nord americana e mettono in vendita le azioni in loro possesso riducendo la partecipazione dal 78,1% al 14,1%. Successivamente le azioni vendute ai clienti risparmiatori perdono progressivamente il loro valore finché il 20 marzo 1998 la SCI S.p.A. viene dichiarata fallita.
Secondo l’ordinamento italiano, e secondo la Suprema Corte, il comportamento contestato alle Banche rientra nella fattispecie della manipolazione del mercato (insider trading) in quanto è venuta meno la correttezza che è a garanzia delle offerte al pubblico risparmio ed inoltre la disponibilità di notizie riservate è stata usata a proprio vantaggio ed a danno di tutti i risparmiatori che hanno operato sul mercato. Gli istituti di credito consci di vendere azioni spazzatura, che da li a poco avrebbero avuto un valore pressoché nullo, sono stati ora condannati a risarcire parzialmente i propri clienti.
Ci troviamo per l’ennesima volta di fronte ad un caso in cui il rapporto tra Banca e cliente non è paritario bensì eccessivamente sbilanciato a favore della prima ed, alla luce di tutto ciò, appaiono ancora più infondate le richieste di maggiore tutela che Antonio Patuelli (Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana) ha recentemente esposto ai rappresentanti del Governo.
Luca Repentaglia
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