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Roma, 7 mar – Posti letto tagliati, ospedali chiusi, personale fortemente ridotto. Se il Servizio sanitario nazionale sta mostrando, di fronte all’epidemia di coronavirus, più di qualche criticità, parte della colpa è da imputare a scelte che, nell’arco dell’ultimo decennio, hanno affondato il coltello nella carne viva della nostra sanità pubblica.

Le bufale di Marattin

Nel corso degli ultimi giorni ha suscitato polemiche il deputato di Italia Viva Luigi Marattin, che su twitter ha cercato di dimostrare come la spesa sanitaria sia sensibilmente aumentata dal 2001 ad oggi: “Ecco i dati ufficiali – si legge nel cinguettio – dal 2001 il finanziamento alla sanità è salito da 71,3 mld a 114,5 (e negli ultimi 7 anni è cresciuto di 7 mld). Usate sempre questo metodo per distinguere le persone serie da chi non lo è: guardati i dati. Il resto lasciatelo a chi fa show, non politica”.

Gli sarebbe bastato, per evitare una magra figura, fare non politica ma economia. Materia della quale, per la cronaca, sarebbe anche ricercatore a tempo indeterminato (sia pur in aspettativa) all’Università di Bologna. Avrebbe scoperto, schivando un errore da principiante nel campo, che la spesa in valore assoluto non rappresenta assolutamente nulla. Anzi è più che normale che cresca, specie se si considera l’invecchiamento della popolazione con la conseguente maggiore domanda di servizi nonché l’aumento della popolazione (quasi 4 milioni di abitanti in più). Nello stesso periodo, a fronte di un’espansione della spesa sanitaria (nominale) pari a circa il 60%, il Pil ha poi segnato un incremento pari a +65%. Se nell’equazione includiamo poi la variabile dell’inflazione – trasformando quindi il dato da nominale a reale (e Marattin conosce perfettamente la differenza, anche se ama fare la figura del tordo) – ne risulta che dal 2010 ad oggi la spesa pro-capite è, di fatto, calata.

spesa servizio sanitario nazionaleLo spiega bene l’Ufficio parlamentare di bilancio nel focus “Lo stato della sanità in Italia” pubblicato lo scorso dicembre, nel quale si parla senza mezzi termini di “forti
ridimensionamenti dei finanziamenti” e di “riduzione delle risorse reali allocate alla
salute […] in connessione con le politiche di risanamento delle finanze pubbliche”. E così, se nel 2010 lo Stato spendeva per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale in media 2500 dollari a testa, tale valore è prima drasticamente diminuito fino a toccare i 2250 dollari circa nel 2013 per poi sostanzialmente bloccarsi su tale livello.

37 miliardi in meno al Servizio sanitario nazionale

Il conto dei miliardi persi per strada è stato fatto in un recente report (settembre 2019) dalla Fondazione Gimbe. Le conclusioni sono (almeno nelle premesse) simili a quelle di Marattin, ma decisamente più a fuoco se inserite all’interno del contesto macroeconomico: è vero infatti che “in termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo”, ad un tasso tuttavia “inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,07%)”. Risultato: “nel decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti al Servizio sanitario nazionale sono stati sottratti circa € 37 miliardi“.

spesa servizio sanitario nazionale pilNon meglio è andata per quanto riguarda le prospettive del futuro. Confrontando i vari provvedimenti di finanza pubblica, la tendenza è ad una costante e progressiva riduzione dell’incidenza della spesa sanitaria sul Pil. Se si fossero seguite le linee guida tracciate dal Def del 2017 sarebbe calata dal 6,7 al 6,4 di 2019 e 2020, peggio sarebbe andata con il Def 2018 (dal 6,6% al 6,3% di 2020 e 2021) mentre l’ultimo documento di economia e finanza a firma governo Lega-M5S prevedeva solo una minima inversione di rotta (dal 6,6% di 2019 e 2020 al 6,4% del 2022). Percentuali sì vicine alla media Ocse, ma di molto inferiori rispetto a quelle ad esempio di Germania (9,5% del Pil) e Francia (9,3%).

Mancano posti letto, medici e infermieri

Al di là dei crudi numeri, sono gli effetti concreti dei tagli operati a delineare un quadro a dir poco drammatico. A partire dal numero degli ospedali, calati dai 1165 del 2010 ai circa 1000 del 2017 secondo la logica di potenziare l’assistenza territoriale: quest’ultima non ha però quasi mai seguito i desiderata, mentre i sigilli ai nosocomi sono stati apposti senza farsi troppi problemi. Il risultato è stata una drastica riduzione del numero dei posti letto, più di 30mila in meno: “in Italia il numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali è sceso da 3,9 nel 2007 a 3,2 nel 2017, contro una media europea diminuita da 5,7 a 5”, si legge sempre nel focus dell’Ufficio parlamentare di bilancio.

All’interno del taglio dei posti letto trova poi spazio quello relativo alle aree critiche, in questi giorni letteralmente sotto uno stress mai visto in precedenza dato che oltre il 10% dei casi di coronavirus finisce ricoverato in terapia intensiva, dove si è passati (stando alle statistiche dell’Organizzazione mondiale della sanità) dagli oltre 900 posti letto ogni 100mila abitanti dei primi anni ’80 ai 411 del 2001 ai 275 del 2013. Sia pur in una tendenza globale alla riduzione, sono meno della metà della Germania e il 35% in meno rispetto alla Fancia. Clamoroso, fra i tanti, il caso del Lazio, dove il “sorridente” governatore Zingaretti nella sua smania da riduzione degli ospedali (16 strutture chiuse fra 2011 e 2017) ha lasciato qualcosa come solo 10 posti letto di terapia intensiva ogni 100mila abitanti.

posti terapia intensiva servizio sanitario nazionale

Non meglio è andata, in ultimo, per il personale. I medici sono diminuiti, fra 2008 e 2017, del 6% (del 18% nelle regioni sottoposte – per esigenze “di bilancio” – a piani di rientro) anche se tengono duro visto che rimaniamo comunque, sia pur di poco, sopra la media europea (4 medici ogni 1000 abitanti contro 3,6). Calo meno consistente (-4%) per gli infermieri, i quali tuttavia non reggono il confronto: sono 5,6 ogni 1000 abitanti, ben lontani dalla media europea di 8,4. Significa che in corsia ne mancano più di 50mila.

Filippo Burla

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