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Roma, 28 mag – La crisi economica scatenata dalla serrata generale imposta per mesi dal governo giallofucsia per contenere i contagi potrebbe causare fino a un milione di disoccupati in più. E per ripartire non bastano di certo i decreti. E’ l’allarme lanciato da Confindustria, che punta il dito contro l’esecutivo Conte. Tra 700mila e un milione di posti di lavoro a rischio a causa dell’emergenza coronavirus. E’ la stima di Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria e Fiera Milano. Al momento i licenziamenti sono bloccati fino ad agosto ma, secondo Bonomi, “lavoro e innovazione non si creano per decreto: l’economia è cosa diversa. O liberiamo risorse o non cresceremo come Paese, e i posti di lavoro si creano se ci sono crescita e investimenti“. A metterci il carico, sottolinea il numero uno degli industriali è una classe politica “molto concentrata sull’emergenza ma con zero visione e zero strategia su dove dobbiamo andare”. Altro che decreto Rilancio, insomma.

“Nodi fondamentali: fisco, lavoro, grandi opere”

Intervenuto a un incontro di Fondazione Fiera Milano sulle prospettive delle imprese, è critico verso le continue spaccature in seno alla maggioranza giallofucsia. “Vedo una politica che ha delle posizioni diverse anche all’interno degli stessi partiti, e quindi diventa tutto difficile e complicato. Ci sono invece delle questioni da affrontare scevri dagli interessi di parte o dai dividendi elettorali”. Entrando più nel merito tra i “nodi fondamentali” su cui ragionare al più presto per sbloccare il Paese – è convinto il presidente di Confindustria – ci sono “l’automotive, il fisco, che deve essere una leva di competitività e non solo uno strumento per il gettito, e il lavoro. Ma anche le infrastrutture, le grandi opere e il mondo dell’acciaio“.

“Recovery fund? Non illudiamoci”

Molto concreto anche sul Recovery Fund Ue. Per Bonomi è “una speranza, ma non illudiamoci”. I circa 172 miliardi a cui l’Italia potrebbe accedere “non arriveranno domani mattina, il percorso per averli sarà lungo, soggetto a tantissime contrattazioni“. In ogni caso, la questione – precisa – “è come prenderemo quei soldi e come saranno spesi”.

“Dal governo interventi a pioggia che non funzionano”

La soluzione ideale, per il numero uno degli industriali, è che “venga fatto al più presto un tavolo virtuale pubblico-privato, in cui mettere insieme le migliori energie del Paese” per evitare che si vada verso un declino “neanche tanto lento”, che l’Italia “non merita e non può permettersi”. Ma allo stato attuale, ammette Bonomi, la strada per questo tavolo resta in salita. Anzi, il governo Conte “è molto concentrato nella ricerca di accontentare tutti con interventi a pioggia che non funzionano”. Il numero uno di Confindustria è convinto che “abbiamo una grande occasione per disegnare una nuova Italia e per modernizzare veramente il Paese. Sono fermamente convinto che in questo tragico momento possiamo cambiare l’Italia. Possiamo mettere in campo delle semplificazioni per cambiare la struttura del Paese, rendendolo più moderno e dinamico”.

Calenda si schiera con Confindustria

Dal canto suo, l’opposizione si associa alle parole di Bonomi sul fatto che i decreti giallofucsia non rimettono in moto l’economia. Così come fa anche Carlo Calenda, ex Pd e leader di Azione, prendendo le distanze sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Il numero uno degli industriali – dice l’ex ministro – “ha perfettamente ragione: in questa fase i partiti, sia di maggioranza che di opposizione, sono concentrati sull’emergenza e, aggiungo io, sul consenso, ma non hanno alcuna strategia né visione”. “Come ha dichiarato Bonomi, il lavoro e l’innovazione non si creano per decreto e neanche con dividendi elettorali. Bisogna piuttosto concentrare le risorse sugli investimenti che possono rinnovare e rilanciare il Paese, altrimenti si rischia davvero di perdere 1 milione di posti di lavoro. Azione – conclude Calenda – presenterà proposte di modifica al decreto Rilancio che vanno tutte in questa direzione: concentrare i soldi sugli interventi che portano vero sostegno alle nostre imprese anziché distribuire mance e mancette qua e là”.

Adolfo Spezzaferro