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Roma, 26 feb – L’Eurozona a due velocità è il capolavoro politico di Berlino (in combutta con la Bce di Francoforte). Sulla nostra pelle, ovviamente.

Tra il 1999 e il 2017, la Germania ha guadagnato circa 1.900 miliardi di euro, ossia circa 23 mila euro per abitante. E a parte l’Olanda, per il resto nessun Paese ha tratto realmente beneficio da questo moneta. Anzi, le altre due potenze europee, Italia e Francia, hanno assistito a un netto calo della crescita e della competitività.

Per Parigi si parla di una perdita di 3.600 miliardi di euro, mentre per l’Italia addirittura di 4.300 miliardi. Se questi numeri si suddividono per numero di abitanti, viene fuori che si sono persi 56 mila euro pro capite in Francia e 74 mila euro in Italia.

Lo rivela l’ultimo studio del Centrum für europäische Politik (Cep) di Friburgo.

Insomma, ora che l’euroscetticismo è più diffuso che mai, i numeri offrono una spiegazione quasi scientifica di questo malcontento popolare per la moneta unica.

Il metodo di analisi dello studio

Ma come si è arrivati a questo? Il Cep, nella sua analisi, ha applicato un algoritmo secondo il quale i risultati negativi non sono dovuti soltanto all’entrata in vigore dell’euro – che comunque ha subito spinto “il Pil in una fase di ristagno“, ma sono la conseguenza dell’incapacità di alcuni Paesi “di diventare competitivi all’interno del sistema euro”.

Il metodo di analisi però va preso con le pinze. Il report misura i guadagni e le perdite di Pil legati all’ingresso nell’Eurozona con un sistema definito di “controllo sintetico”. Di fatto viene confrontata la performance dei Paesi entrati nell’euro con quella di altri Stati che, oltre a non adottare l’euro, negli anni precedenti avevano evidenziato andamenti economici vicini a quelli del Paese considerato.

Lo studio si concentra su otto paesi dei 19 dell’area dell’euro, ma non tiene conto di eventuali riforme messe in campo nei Paesi analizzati. Ecco quindi che l’Italia si trova in un gruppo di controllo costituito da Gran Bretagna, Australia, Israele e Giappone, tutti Paesi che nel periodo pre-euro avevano Pil pro capite abbastanza simili a quelli italiani. La Germania è stata messa invece a confronto con un paniere che comprendeva il Bahrain, il Giappone e di nuovo la Gran Bretagna.

Il danno per l’Italia

Il risultato è che “in nessun altro Paese come l’Italia”, sostiene lo studio del Cep, “l’euro ha causato simili perdite di prosperità”.

Il dato più interessante, però, è che lo studio ha anche analizzato quanto sarebbe stato alto il Pil pro capite se i Paesi analizzati non avessero introdotto l’euro.

Ebbene, senza la moneta unica, calcolano i ricercatori del Cep, oggi il Pil italiano sarebbe stato più alto di 530 miliardi, che corrisponde a 8.756 euro in più per ogni cittadino italiano.

Il “verdetto” dell’analisi del Cep è senza appello: “I singoli Paesi non possono più svalutare la propria valuta per rimanere competitivi a livello internazionale”. Italia in primis.

Una perdita di competitività che ha condotto “a una minore crescita economica, a un aumento della disoccupazione e al calo delle entrate fiscali. La Grecia e l’Italia, in particolare, stanno attualmente attraversando gravi difficoltà a causa del fatto che non sono in grado di svalutare la propria valuta”.

Belpaese non abbastanza competitivo

Lo studio infine ribadisce che “l’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitivo all’interno dell’Eurozona. Nei decenni prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia svalutava regolarmente la propria valuta con questo scopo. Dopo l’avvento dell’euro non è stato più possibile”.

In conclusione, l’analisi (peraltro di un centro studi tedesco) dimostra, dati alla mano, che la Germania è la principale causa della crisi economica dell’Eurozona e la prima responsabile dell’euroscetticismo.

Adolfo Spezzaferro

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