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Roma, 22 mag – C’era una volta uno Stato che, colpito dalle «inique sanzioni», fece appello al suo popolo, chiedendogli di donare l’oro alla patria. Fu un successo clamoroso. Tutti fecero a gara per offrire la propria fede nuziale in cambio di una vera di ferro e la soddisfazione di aver aiutato l’intera nazione. Anche un fiero oppositore di quello Stato, Benedetto Croce, plaudì e partecipò all’impresa. Al tempo c’era il Gold standard, il sistema aureo: dietro ogni banconota doveva esserci un corrispettivo in oro. Oggi, al contrario, i soldi sono degli uni e degli zeri su un computer, il che facilita di molto le cose. Ma la sostanza non cambia: il debito pubblico, se contratto con il proprio popolo, vuol dire ricchezza privata e prosperità nazionale. Se contratto con altri Stati, banche straniere e fondi speculativi, significa invece usura. E la Bce, signori, è esattamente questo: una banca privata straniera. Pertanto, quando si parla di Mes o Recovery Fund, non può che risuonare nelle nostre menti il monito del Laocoonte virgiliano: timeo Danaos et dona ferentes, «temo i Danai anche quando portano doni». Il regalo per i troiani, secondo la leggenda, era il famigerato cavallo zeppo di guerrieri nemici. Oggi è il sorriso inquietante di Christine Lagarde e Ursula von der Leyen.



La trappola del Recovery Fund

C’era una volta uno Stato che, stanco di essere prospero e sovrano, decise di rinunciare alla propria moneta e di svendere la propria industria nazionale ai pescecani del panfilo Britannia. Uno Stato che barattò una bandiera irrorata dal sangue dei suoi eroi con uno straccio blu-stellato. I cittadini di quello Stato, cornuti e mazziati, l’avrebbero pagata cara. C’era una volta una nazione che, travolta da una mortale pandemia, si rinchiuse in casa e si mise in speranzosa attesa degli aiuti dello straniero che un’anziana signora con il turbante si ostinava a chiamare «amico». La risposta di lorsignori d’oltreconfine? Il Mes e il Recovery Fund. Cioè prestiti – altro che fondo perduto – e cioè denaro da restituire fino all’ultimo centesimo. Troppa grazia. E fu così che qualcuno pensò bene di far da sé, mandando al diavolo gli strozzini e i lenoni brussellesi. Quelli che scrivono i trattati in gotico e decantano i benefici dell’austerità al padre di famiglia con le tasche bucate.

C’era una volta una nazione

C’era una volta una nazione che, ricordandosi di essere popolo, si mise a comprare quantità enormi di titoli di Stato. Donando, di fatto, denaro ai propri connazionali in difficoltà. E se anche il governo di quella nazione stava facendo di tutto per accedere al Mes e al Recovery Fund, ora quel governo si ritrovò in cassa la stessa cifra che gli usurai d’oltreconfine volevano prestargli a strozzo. E fu così che qualcuno si ricordò che la ricchezza più grande di una nazione è la sua solidarietà nazionale. Solidarietà costruita nei secoli attorno a una bandiera irrorata e consacrata dal sangue degli eroi. Non certo da una cricca di traditori che si sono venduti al nemico.

Valerio Benedetti

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2 Commenti

  1. Articolo che chiarisce molto bene la situazione di oggi.Agli usurai e poteri occulti serve un popolo indebitato costretto a svendere a due lire ogni bene.Non vogliono certo che provveda da sè con le sue risorse.E ha molti burattini nostrani che lavorano per loro e che non vogliono liberarci dalla schiavitu’ della usura straniera

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