Roma, 15 gen – Un piano da far tremare i polsi. Parliamo della decisione, imposta dalla Bce alle banche italiane, di rientrare dai cosiddetti NplNon performing loans, i crediti di difficile riscossione – entro i prossimi 7 anni. Una vera e propria mazzata, che ha trascinato al ribasso i titoli del settore nella seduta odierna a Piazza Affari.

Una riduzione graduale, quella indicata da Francoforte, ma da completarsi entro il 2026. Ogni banca avrà le proprie scadenze a seconda della propria situazione economico-patrimoniale, ma il termine ultimo non sortirà variazioni. La Bce ha indicato negli Npl il nemico pubblico numero uno: da qui i continui affondi al fine di ridurre l’esposizione degli istituti.

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Ma di che cifre parliamo? Gli Npl in senso stretto ammontano, in Italia, a meno di 40 miliardi. Ai quali aggiungerne altrettanti di cosiddette “inadempienze probabili nette”: crediti ancora non ufficialmente in sofferenza ma che potrebbero emergere nei bilanci delle varie banche. Per un totale di 80 miliardi. Titoli di credito che, stando al diktat Bce, dovranno essere ceduti. Qui emerge il primo problema: fra i crediti deteriorati ceduti ad apposite società di intermediazione, il ricavo netto da parte degli istituti è stato fra il 10 e il 25%. Una miseria rispetto al 40% (e spesso oltre) ricavato su quei crediti, sempre in sofferenza, non (s)venduti al macero. Da Mps a Carige, ecco una delle fonti di difficoltà del nostro sistema. Il quale potrebbe, con l’imposizione odierna da parte vigilanza comunitaria, ripiombare così nel caos di una vendita frettolosa e forzata, che farebbe emergere ulteriori perdite che andrebbero a ripercuotersi sul patrimonio aziendale e dunque a cascata sulla sua attività tipica: l’erogazione del credito. Volendo infatti applicare all’interno ammontare di 80 miliardi stimati il differenziale fra la parte alta della forchetta (il 25%) dei crediti passati di mano al miglior offerente e il 40% di quelli portati all’incasso con operazioni “fatte in casa”, la perdita netta (il 15% di 80 miliardi) rischia di essere almeno di 12 miliardi. Non lontani – e parliamo della migliore delle ipotesi – dalle stime fatte oggi da Salvini. E tutti a carico del nostro sistema del credito.

Filippo Burla

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