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Roma, 6 giu – Per settimane abbiamo sentito il governo italiano vantarsi della grande vittoria ottenuta in Europa. Certo gli accordi originali comprendenti i prestiti Bei, il meccanismo Sure e il famigerato Mes non soddisfavano completamente, ma si stava lavorando ad una grande potenza di fuo06co, il vero bazooka per lo stimolo fiscale: il Recovery Fund.

Spacciato come la soluzione per tutti i problemi causati dalla pandemia di coronavirus, veniva ogni giorno annunciato e glorificato con un trattamento riservato solitamente alle divinità. L’apoteosi si è avuta dopo l’annuncio della proposta franco-tedesca, i famosi 750 miliardi di euro del piano Next Generation Eu che sembravano pronti per essere stanziati e che avevano spinto addirittura esponenti del governo ad annunciare come avevano intenzione di spendere i 120 miliardi che, non si sa bene in base a quali calcoli, ci sarebbero spettati.

Il nodo dei contributi

Il tempo è galantuomo e, subito dopo i roboanti annunci ecco le prime incrinature. Gli autonominatisi “frugali” – Austria, Danimarca, Olanda e Svezia – si sono subito messi di traverso sostenendo che la proposta tanto sponsorizzata da Macron e dalla Merkel che prevede 500 miliardi di sovvenzioni e 250 miliardi di prestiti non sarebbe mai passata.

Ed eccoci al primo inghippo, la proposta del Next Generation Eu all’interno del Recovery Fund è da considerarsi non come un accordo finito, bensì come la base per una trattativa in cui i frugali, e probabilmente anche qualcuno dell’est europeo, faranno valere le loro ragioni. Ricordiamoci che per finanziare questa operazione serviranno delle emissioni di obbligazioni che a scadenza andranno rimborsate. Dato che non è prevista alcuna forma di monetizzazione del debito, l’Europa dovrà farvi fronte con denari propri, ovvero con i contributi delle singole nazioni. Ma le nazioni meno colpite dal coronavirus non accetteranno di buon grado di tirare fuori più soldi per un fondo di cui andranno ad usufruire solo in minima parte.

Verosimilmente, se – ed è un grande se – si arriverà ad un accordo, sarà penalizzante per i Paesi a cui più serviranno questi fondi, che di fatto a fronte di sovvenzioni definite a titolo gratuito si troveranno a versare all’Unione europea contributi sensibilmente più alti di quanto già attualmente fanno.

Si stima che l’Italia dovrà versare, in proporzione al Prodotto Interno Lordo, circa 97 miliardi di euro nella casse europee, sperando di ricevere qualcosa in più. Proprio così, perché l’erogazione dei fondi europei non sarà in unica soluzione e tanto meno incondizionata.

Recovery Fund: un vero bazooka o una pistola ad acqua?

Poniamo per un attimo che, grazie ad una serie di eventi particolarmente favorevoli, la proposta venga accettata così come è stata presentata, è davvero tutto oro quello che luccica? Recentemente economisti come Nouriel Roubini o giornali prestigiosi e non certo tacciabili di avversione al liberismo europeista, come il Financial Times, si sono scagliati con una certa veemenza contro il Recovery Fund, andando ad analizzare in profondità cifre e modalità di erogazione del denaro.

Iniziamo con il riaffermare che dei famosi 750 miliardi, almeno 250 sono stati proposti come prestiti, erogati tra l’altro solo in base al raggiungimento di determinati parametri economici. Ebbene: se c’è una cosa che non manca in questo momento è la possibilità di indebitarsi a tassi di interesse molto bassi, quindi non si vede perché utilizzare questo strumento quando la maggior parte delle nazioni europee può tranquillamente rivolgersi al mercato pagando tassi vicino allo zero. Ed anche per i più colpiti come Spagna e Italia si è visto che non è un problema ricorrere all’emissione di Titoli di Stato, non manca certo la richiesta, certo poi dovremmo considerare il ruolo della Banca centrale europea, ma entreremmo in un discorso sulle banche centrali, o meglio sulla loro mancanza, che ci porterebbe troppo lontano. Limitiamoci ad affermare che i 250 miliardi di prestiti sono economicamente irrilevanti.

Dei restanti 500 miliardi non tutti possono essere considerati stimolo fiscale ovvero denaro pronto per essere distribuito, in quanto una parte piuttosto consistente, circa 100 miliardi, è costituito da strumenti come il Dispositivo per gli investimenti strategici e il sostegno alla solvibilità che genereranno ulteriori prestiti, e che quindi rientreranno nella categoria che abbiamo appena visto sopra.

Dei 400 miliardi rimasti, il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, costituisce la parte principale e ammonta a circa 310 miliardi di euro che verrà stanziato per i prossimi 4 anni, più forse una parte di poco superiore a 10 miliardi che verrà anticipata nell’anno corrente.  Quindi se va bene entro il 2020 i 27 Stati membri dell’Unione Europea avranno solamente 10 miliardi da spartirsi: definirle briciole sembra anche troppo ambizioso.  Per i 4 anni successivi, sempre restando alla proposta originale, vi saranno quindi 77,5 miliardi all’anno, pari allo 0,6% del Prodotto interno lordo europeo, da dividere sempre per i 27 paesi membri.

Ecco diciamo che da una misura di portata straordinaria come i media governativi stanno dipingendo il Recovery Fund, ci si aspetterebbe una incidenza sul PIL ben superiore allo 0,6%.

Vi è poi un pacchetto di circa 100 miliardi di euro che andranno impiegati per favorire una maggiore sostenibilità dell’economia, quindi fondi per fronteggiare i cambiamenti climatici, per la protezione civile e per la sanità. Strumenti come il React Ee o il Fondo per lo sviluppo rurale non saranno direttamente connessi ai danni provocati dal coronavirus e verranno usati in misura maggiore dalle nazioni in cui vi è un sistema economico piuttosto debole come ad esempio quelle dell’est europa.

In tutti i casi i soldi di questo piano globale che solo per comodità continuiamo a chiamare Recovery Fund verranno erogati in piccole rate e i beneficiari dovranno sottostare a rigidissime condizionalità sia in termini di destinazione della spesa, ma soprattutto in merito alle riforme che dovranno essere intraprese per garantire la sostenibilità del loro debito pubblico. In pratica nuove ed asprissime misure di austerità, come sottolineato dal paladino del rigore, il vice-presidente della Commissione Europea Dombrovskis.

Si potrà obiettare che qualsiasi intervento è meglio che l’immobilismo, e che alla fine anche pochi denari sono meglio di nulla. Ma attenzione, non scambiamo per magnifiche regalie quelle che in realtà sono misure tardive, insufficienti, e soprattutto che mirano ancora una volta a cedere quelle residue quote di sovranità che i singoli paesi dell’Unione Europea ancora detengono.

Claudio Freschi

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