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Roma, 18 nov – Alla fine, forse inatteso ma comunque mai escluso a priori, l’annuncio è arrivato: la Bce, che si appresta nei prossimi mesi a terminare (ma sarebbe meglio dire rallentare) il programma del Quantitative Easing, è pronta a tenere i tassi di interesse ancora bassi. “Se le condizioni finanziarie o di liquidità dovessero peggiorare eccessivamente e se le prospettive di inflazione dovessero deteriorarsi, la nostra reazione è già definita. E questo a sua volta si rifletterà in un aggiustamento del percorso atteso dai futuri tassi di interesse”, ha spiegato Mario Draghi.
Ma andiamo con ordine. A dicembre, ha confermato il governatore, il QE terminerà. Questo non significa che si fermeranno di colpo gli acquisti, dato che con i rimborsi dei titoli in scadenza la Bce continuerà a comprare (sul mercato e per un pari ammontare) gli stessi buoni del tesoro. L’economia dell’eurozona è tuttavia ancora ben lontana dai desiderata Bce. Ecco perché, sotterrato il “bazooka”, Draghi non risparmierà di usare le “armi convenzionali” di politica monetaria.
Qui entrano in gioco i tassi di interesse, o meglio il tasso fissato dalla Bce. Un tempo vicini al 5%, da due anni sono a zero ed è ora probabilmente che vi rimangano ancora per un po’. L’obiettivo è quello di continuare a mantenere liquidità in circolo per stimolare un’inflazione che, anche a causa di una disoccupazione che rimane alta (e non spinge quindi all’insù i salari), proprio non ne vuole sapere di avvicinarsi all’obiettivo del 2%.
Mario Draghi non si è però limitato a disquisire in merito al solo al compito della Bce. “La mancanza di consolidamento fiscale nei Paesi ad alto debito – ha spiegato – aumenta la loro vulnerabilità agli shock, che siano auto-prodotti mettendo in forse le regole dell’Unione monetaria, o importati tramite il contagio. Finora, l’aumento degli spread è stato in gran parte limitato al primo caso e il contagio è stato limitato”. Ecco spiegata, allora, una delle possibili ragioni alla base dell’ipotesi di prolungare gli acquisti e la politica dei tassi bassi. Tradendo non poca ipocrisia, Draghi ha candidamente ammesso che l’aumento dello spread è stato limitato dalla Bce. Nulla dunque a che vedere con la presunta “affidabilità” o meno di un sistema-Paese (Draghi non ci nomina esplicitamente, ma il riferimento all’Italia è chiaro), ma con le scelte operate in sede di istituto di emissione. Non è d’altronde un mistero che lo spread che portò alla caduta di Berlusconi non fu ridotto dalle riforme targate Mario Monti, bensì dall’intervento della Bce meno di un anno dopo: era il luglio 2012 quando Draghi pronunciò il celebre discorso del “Wathever it takes”, quasi una dichiarazione di guerra alla speculazione contro i Paesi periferici dell’eurozona. Da allora, salvo proprio mancati interventi da parte dell’Eurotower, di vere “fiammate” non se ne sono più viste.
Filippo Burla



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