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Roma, 3 ott – Lo spirito capitalistico un prodotto della riforma protestante? Tutt’altro. Per trovare le sue origini bisogna tornare indietro di almeno un secolo. E parecchio più a sud rispetto a quella Sassonia terra natìa di Martin Lutero. Arrivando fino all’Italia nell’epoca di passaggio tra l’età dei comuni e quella delle signorie. Un “primato” del quale, tuttavia, non è necessario andare per forza fieri.



E’ questa la tesi alla base de Le origini dello spirito capitalistico in Italia, edizione anastatica di uno dei primissimi scritti di Amintore Fanfani appena ripubblicata per i tipi delle Edizioni di Ar (179 pp, 24€). L’opera è del 1933, precedente di appena tre anni l’assegnazione al suo autore della cattedra in storia delle dottrine economiche. Il Fanfani che incontriamo non è il Fanfani politico ma in qualche modo pre-politico. Non che in quegli anni sia rimasto con le mani in mano: sono più che noti i suoi ammiccamenti con il fascismo, cosa che non gli ha impedito nell’immediato dopoguerra di contribuire alla stesura della Costituzione. Non per qualche particolare di piccolo cabotaggio: l’articolo uno è di suo pugno. E il trait d’union che collega i due periodi del nostro è una spiccata – e mai celata – sfiducia nei confronti del modello capitalista.

Alla ricerca del “giusto mezzo”

Facciamo un altro passo indietro e torniamo all’Italia del Duecento. Ad un mondo che ancora individuiamo come pre-capitalista, intriso di morale cristiana ispirata ai principi del tomismo. Tra essi, in specie, quello del “giusto mezzo” che sembra informare ogni cosa. Dalla definizione del prezzo alla remunerazione del lavoro, financo al giudizio sulla ricchezza arrivando alle prime, abbozzatissime analisi sulla natura del risparmio.

Ma come si traduce, nella condotta affari, questo “giusto mezzo”? “Ad ogni lavorante si richiede […] di condurre bona fide, sine fraude, l’arte”, spiega Fanfani nell’introdurre i primi regolamenti “nei quali minutamente si descrivono le operazioni che […] non sono lecite”. Ecco allora gli statuti che vietano la concorrenza, escludono ogni tipo di speculazione, in certi casi fissano persino i margini di ricarico.

Ci sarebbero tutti gli elementi, volendola guardare con il metro dei manuali odierni, per decretare il fallimento del modello. E invece l’Italia in quel periodo prospera, si afferma nel mondo (conosciuto), è protagonista “della più grande espansione economica che abbia mai conosciuto la storia”.

Il nuovo spirito capitalistico e il tramonto di un’economia florida

La decadenza arriverà solo qualche decennio più tardi, quando dallo spirito che abbiamo definito pre-capitalista si passerà al vero e proprio spirito capitalistico con quei tratti che ancora oggi gli attribuiamo. Prevale, anche nei commentatori alle prese con la necessità di offrir sponda ai nuovi costumi, un’idea di ricchezza non più come mezzo ma come fine, depurata quindi dal suo uso sociale, “sottraendo l’acquisto e l’uso dei beni (è la prima volta nella storia europea) all’influsso delle regole e dei vincoli della morale”. L’onestà diventa così non più virtù dell’uomo, ma economica. L’operosità si trasforma in affanno per la conquista di nuove ricchezze. E gli statuti e i regolamenti pian piano introiettano la nuova sensibilità.

Ce ne sarebbe abbastanza per dichiarare finalmente il sistema libero da quelli che Einaudi definirebbe “lacci e lacciuoli”. Via le ingessature, è giunto il tempo di correre? L’attività economica, al contrario, si paralizza: “Alle cure e alle occupazioni dei traffici […] si sostituisce nelle anime dei più il piacere del godimenti di rendite fondiarie”. L’improduttività per eccellenza, giustificata da un quadro “morale” che con la scusa di – ci sia concesso l’utilizzo del termine – liberalizzare, in realtà cristallizza le distanze sociali. Tolte le limitazioni di cui si è detto, lo spirito capitalistico si palesa così nel suo essere incapace di creare benessere diffuso, garantendo solo le rendite di posizione. Risolvendo, per dirla con Giuseppe Solaro, il problema della produzione ma non quello della distribuzione. Tema aperto ancora oggi, anno domini 2021.

Filippo Burla



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2 Commenti

  1. A.Fanfani è stato l’ ultimo vero ostacolo italiano contro il disastro prima politico e poi economico…
    E’ giusto riconoscerlo e quindi documentarsi e “leggerlo” nuovamente, grazie a quelli di Ar.

  2. Me lo leggo volentieri. Da Ar e F.Freda c’è sempre qualcosa da imparare e con il quale bisogna sapersi confrontare.

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