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Roma, 10 set – Da un esame dei rapporti di forza del tardo capitalismo, affiora limpidamente come il mercato non solo non faccia rima con “democrazia”, ma proceda, anzi, svuotandone i contenuti ed erodendone gli spazi. L’equilibrio tra mercato e politiche democratiche nel secondo Novecento, in Europa, appare sempre più come una parentesi effimera, peraltro avutasi non grazie al mercato, ma suo malgrado: tale parentesi ha preso a entrare in crisi con il 1989, secondo un piano inclinato che ci conduce alle odierne tendenze ostentatamente antidemocratiche del liberismo imperante. Dove la democrazia stessa è svilita a marktkonforme Demokratie, parola di Angela Merkel.

Sempre più – non deve sfuggire – la governance liberale svilisce la democrazia elettorale in nome dell’expertise: e l’esperienza a cui si richiama non è mai quella dei lavoratori e delle masse nazionali-popolari, coincidendo, invece, con l’esperienza non condivisa dei “tecnici”, come pudicamente vengono appellati, con termine anodino e fintamente super partes, i banchieri e i top manager. A decidere, secondo l’ordine del discorso liberista, deve essere non il popolo sovrano (che è, poi, un altro modo per dire democrazia), bensì il “comitato” – o la task force – degli esperti, cioè dei banchieri e dei top manager.

Gli unici “esperti” accettati

È anche per questo motivo che il neoliberismo può anche essere inteso come il “sequestro dell’esperienza comune attraverso l’expertise” (Dardot e Laval, Guerra alla democrazia): se, in un ordine democratico, a valere è propriamente l’esperienza di tutti e di ciascuno, nel nuovo quadro liberista sempre più si afferma il principio in accordo con il quale a valere è soltanto l’esperienza dell’esperto, a sua volta fatto coincidere con l’esperto allineato con l’ortodossia mercatista. Ogni esperto – economista, ad esempio – che non giuri fedeltà al verbo liberista è, ipso facto, considerato e trattato alla stregua di un non esperto.

Per converso, dal punto di vista della ragion liberista, l’esperienza dell’uomo comune e delle classi popolari non ha alcun valore. Essa è, senza riserve, identificata con l’incompetenza e con il pregiudizio, con l’ignoranza e con il complottismo: per questo motivo, è trattata ora come un groviglio di errori da non considerare, ora come un coacervo di pregiudizi da emendare mediante le pratiche della catechesi politicamente corretta; il cui fondamento ultimo sta nello spiegare al popolo rozzo e incompetente la piena e splendente razionalità di tutto ciò che lo fa quotidianamente soffrire.

Diego Fusaro

4 Commenti

  1. Su questo argomento sono d’accordo con Diego Fusaro: ogni persona deve essere ascoltata. Infatti io, pur ritenendo la Scienza la migliore metodologia per l’analisi della Realtà, sono contrarissimo allo slogan “La Scienza non è democratica” sbandierata da cosiddetti esperti per zittire, pretestuosamente, le obiezioni, anche sensate, dei non esperti. Anzi ritengo il motto proprio sbagliato perché confonde il dibattito scientifico con i risultati. Il dibattito scientifico deve essere aperto a tutti e in questo senso la Scienza deve essere democratica: una buona idea può venire a chiunque. I risultati ovviamente non lo sono: ad esempio la legge di gravità non si decide a maggioranza ma secondo le procedure scientifiche. Vado oltre. La legge di gravità di Newton per un paio di secoli è stata il dogma. Ma durante l’epoca stessa di Newton è stata oggetto di critiche minoritarie che però infine sono culminate nella teoria di Einstein, e ormai viene riconosciuto che neanche quella di Einstein è la teoria finale. Perciò va respinto ogni dogmatismo.

  2. Bel pistolotto, ma l’uomo comune e le classi popolari, sempre pronti a legittimare col voto i merdosi di turno, sono proprio loro il problema.

    • Perché non vengono edotti circa i merdosi di turno… Senza i mass-medi, Grillo e digital “binari” col c…o che passavano.

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