Roma, 23 gen – Prima la Spagna, poi la Francia. E in ultimo la guerra fra quest’ultima e gli americani che ha portato il fondo Elliott a fare il bello e il cattivo tempo. Nel mezzo, stritolati, gli investitori di Telecom che nel corso degli ultimi 9 mesi hanno visto le azioni della società crollare di un rotondo 50%. E dire che la contendibilità di un’azienda sul mercato assurge in genere a parametro della sedicente “maturità” di un’economia.

Cronaca e numeri di un collasso che, pur annunciato già all’epoca (1998) dell’insana privatizzazione orchestrata dalla sinistra con la complicità del peggior capitalismo nostrano, ha visto negli ultimi anni una tremenda accelerazione. Merito, se così si può dire, delle baruffe fra stranieri sulle sorti del nostro ex monopolista nella totale e colpevole assenza di tutti gli esecutivi succeditisi nel frattempo. “Governo del cambiamento” incluso.


I dati sono impietosi. Ad aprile 2018 quotava a 0,88 euro. Oggi, dopo due giorni di passione, siamo a malapena sopra gli 0,44 euro. A pesare sono soprattutto gli scontri al vertice sul piano industriale. Più nello specifico, è la rete il terreno di gioco. Non è un mistero che Elliot spinga per lo scorporo della rete fisica, nell’ottica puramente speculativa di spezzettare la società per estrarne valore: almeno 7 miliardi oggi “nascosti”, sostengono gli americani. Valore che viene però assicurato anche dalla stessa infrastruttura, capace di garantire a Telecom ritorni abbastanza elevati e, soprattutto, di fungere da garanzia per l’indebitamento monstre: oltre 30 miliardi a fine 2017.

Non c’è però solo la rete. Telecom è infatti debole anche dal lato del mercato interno, stretta in un oligopolio ristretto che erode margini (a tutti) in un sistema che di “mercato” ha veramente poco. Se a ciò aggiungiamo la dispendiosa asta per le future frequenze 5G, costata alla società 1,7 miliardi, è chiaro che senza una chiara direzione di marcia rischiano di addensarsi nubi oscure sul suo futuro.

Il problema, a questo punto, non è solo di Telecom. Al di là delle delicate questioni di sovranità nazionale che la investono, va ricordato che la scorsa primavera è entrata nel suo azionariato Cassa Depositi e Prestiti. Il braccio finanziario del ministero dell’Economia, che custodisce gli oltre 300 miliardi di risparmio postale, ha speso 800 milioni per meno del 5%. Un investimento che, sia pur come stabilito all’origine senza fini speculativi, è oggi dimezzato in valore. Con una perdita che andrà a ricadere sulle spalle dell’ente e, a cascata, anche sui conti pubblici. Ce ne sarebbe abbastanza per invocare un deciso intervento statale. Ma il governo, nonostante mesi di battaglie ostili sulle sorti di Telecom, continua a nicchiare.

Filippo Burla

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