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Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, un estratto dal libro Tornare Potenza. Dieci tesi economiche per l’Italia, appena dato alle stampe per i tipi di Altaforte Edizioni



Il problema non si chiama solo austerità. Oltre al necessario ripensamento del paradigma su cui l’Ue – e segnatamente l’eurozona – si fonda (né potrebbe fare altrimenti per potersi reggere in piedi) è infatti necessario un ulteriore «salto» concettuale. Parliamo dell’assunto, anch’esso tipicamente (neo)liberista, per il quale non sarebbe lo Stato a creare lavoro.

Come lo Stato crea lavoro

Ora, tale posizione reca con sé non poche falle sia di ragionamento che metodologiche. Anzitutto, lo Stato crea lavoro direttamente: fino a prova contraria sono lavoratori – e percettori di redditi da lavoro – i dipendenti pubblici e l’assunzione di uno di essi significa, fino a prova contraria, un occupato in più e un disoccupato in meno. Parliamo di medici, infermieri, insegnanti, forze dell’ordine e altre decine se non centinaia di categorie e professionalità ni più disparati settori che, ad oggi, soffrono di un cronico deficit di personale il quale non consente spesso e volentieri di erogare tutti i servizi richiesti né di farlo secondo standard qualitativamente accettabili.

In secondo luogo, lo Stato crea lavoro indirettamente attraverso le decisioni di politica economica che, in un modo o nell’altro, hanno comunque un impatto. Maggiore, indubbiamente, se si parla di agire su imposte e contributi che gravano sui lavoratori. Minore, ma non trascurabile, se afferiscono invece ad altri fondamentali del bilancio pubblico. È solo a questo punto che intervengono le aziende private, le quali creano lavoro a condizione che ciò non abbia un costo proibitivo e, soprattutto, che vi sia qualcuno disposto ad acquistare i servizi erogati o i beni prodotti. Insomma, che esista una domanda.

Piena occupazione: una questione (anche) di domanda interna

Nel momento in cui quest’ultima, specialmente parlando di domanda interna, è compressa come condizione imprescindibile per riassorbire gli squilibri della moneta unica, ne risulta che uno dei due fondamenti su cui si basa la creazione di posti di lavoro ne esce compromesso. Se l’abbandono del cambio fisso è dunque condizione necessaria, non significa ancora una volta che sia però sufficiente. A pesare e non poco è infatti l’annosa questione del cosiddetto «cuneo fiscale», indicatore sintetico che misura la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta corrisposta al lavoratore.

Il cuneo si compone fondamentalmente di due elementi: le imposte sul reddito e tutti i contributi previdenziali, i primi a carico del dipendente ed i secondi suddivisi fra quest’ultimo e l’azienda. Stando alle ultime statistiche disponibili[1], in Italia il cuneo fiscale è al 47,9%, «scomponibile» in un 16,7% di imposte sul reddito (a carico del lavoratore) e nel restante 31,2% di contributi previdenziali che ricadono per il 7,2% ancora sul lavoratore e per il 24% sul datore di lavoro. Pur suddiviso equamente fra le due controparti (23,9% lavoratori, 24,1% aziende), il cuneo italiano è terzo nella classifica Ocse, appena dietro a Belgio e Germania e ben al di sopra della media (36,1%) delle nazioni comprese nell’analisi.

Per farla finita con l’assistenzialismo

Numerose proposte, nel corso degli ultimi anni, hanno mirato ad affrontare la problematica del cuneo fiscale, mai riuscendo però a trovare una necessaria quadra. Pesa, soprattutto, il contesto dei rigidi vincoli di bilancio europei per cui, se una mano dà, l’altra deve necessariamente togliere. Un rimpallo che, se permette di ritagliare gli spazi finanziari che servono, lo fa a costo di reperire risorse su altre voci: ridurre il cuneo fiscale è possibile, a patto però di rimanere nel sentiero dell’austerità andando così a deprimere in continuazione la domanda interna. Se si tratta di un gioco a somma praticamente zero, ciò non esclude di poter stimare quanto costerebbe. Parliamo di cifre che oscillano fra i 2 e i 2,5 miliardi di euro per ogni punto di «taglio» a livello globale, che diventano 300 milioni se limitato ai soli nuovi contratti[2].

A confronto, per misure puramente assistenziali (e che al pari del «contratto a tutele crescenti» del Jobs Act non sono se non indirettamente e comunque solo sul medio termine in grado di stimolare alcuna crescita occupazionale) quali il Reddito di Inclusione o il suo successore, il Reddito di Cittadinanza, sono stati stanziati, rispettivamente, 3 e 7 miliardi. Somme che avrebbero potuto consentire un sostanzioso taglio del cuneo fiscale, da 1,5 ad almeno 3/3,5 punti, che diventano 10 e 23 se ci si limita ai soli neoassunti. Un contributo non da poco, tanto più espansivo in termini macroeconomici se fossero previste forme di ripartizione del taglio in parti uguali fra lavoratori e datori di lavoro.

Piena occupazione sì, ma anche di qualità

La rapida carrellata sul tema (solo uno dei tanti: basti pensare alla discussione che da tempo ruota attorno al salario minimo) ci conduce così all’individuazione dei fondamenti di una politica del lavoro degna di questo nome. L’esperienza delle scelte condotte nel corso degli ultimi anni ha dimostrato che ridurre il ventaglio delle possibilità di scelta alla sola opzione di tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi avrebbe condotto tutto il resto dell’economia verso una desiderabile situazione di equilibrio e di benefici diffusi, di aver fallito su tutta la linea.

È per questo che si impone un necessario ripensamento che ribalti i termini della questione e ponga al primo punto dell’agenda l’obiettivo della piena occupazione, con ciò intendendosi non disoccupazione zero, bensì un livello accettabile che tenga conto della cosiddetta «disoccupazione frizionale» di breve periodo: la Gran Bretagna, ad esempio, ha ridotto la disoccupazione al di sotto del 4%, dato analogo a quello degli Stati Uniti. Non basta però che vi sia occupazione, ma che questa sia anche di qualità dato che non sempre un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro[3]. Ciò si traduce nel garantire occupazione anzitutto stabile, poi sicura e soprattutto ben pagata: a dirlo (rectius: a prevederlo come elemento fondante) non siamo noi ma, all’articolo 36, la Costituzione della Repubblica italiana.


[1] Ocse, Taxing Wages 2017-2018

[2] Cfr. Giorgio Pogliotti, Claudio Tucci, Cuneo fiscale, si parte da un taglio da 1,5 miliardi. Sconto di 3-5 punti sui neo-assunti, Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2017 e Marcello Montefiori, Luciano Forlani, Quanto costa ridurre il cuneo fiscale, lavoce.info, 18 maggio 2006

[3] Cfr. Olivier Blanchard, Augustin Landier, The perverse effects of partial labour market reforms: fixed-term contracts in France, The Economic Journal, 13 giugno 2002

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