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armeniRoma, 3 giu – Non so bene quale sia la posta in gioco reale delle frizioni fra Turchia e Germania di queste ore. Che i due paesi siano davvero in crisi diplomatica per fatti del 1915 sembra comunque altamente improbabile, anche se, trattandosi di tedeschi, della loro proverbiale rigidità burocratica e dei loro complessi infiniti legati al concetto di genocidio, non è escluso che, in un momento di così ampia crisi in tutta l’area euro-mediterranea, Ankara e Berlino stiano davvero litigando per questioni di un secolo fa. Che si tratti di una motivazione reale o di un pretesto, è comunque stucchevole questo uso politico a scoppio ritardato dei genocidi, veri o presunti, del Novecento.



Per cento, lunghissimi, anni non è fregato nulla a nessuno di quello che gli Armeni chiamano il “Grande crimine”. È stato giusto? È stato sbagliato? Non ha senso chiederselo. Gli Armeni, sull’argomento, hanno il dente avvelenato, e la cosa è comprensibile. Il resto del mondo, in questi cento anni, è stato abbastanza impegnato in altre vicende per farsi il sangue amaro sulla questione, e anche questo, se permettete, è piuttosto comprensibile. Ma la pretesa di raddrizzare il legno storto dell’umanità, di suturare le ferite della storia con la liturgia stantia della memoria è moralistica e insensata. Noi non siamo qui per “riparare i torti” della storia, che peraltro quasi sempre sono torti incrociati, figli di situazione spurie, controverse, in cui il bene sta tutto da una parte e il male tutto dall’altra solo nelle ricostruzioni politicamente orientate in base alle convenienze del presente.

Eppure sembra che l’Occidente abbia ormai questa missione epocale: consolare chiunque abbia sofferto, risarcire ogni dolore. E come vogliamo fare per soddisfare la voglia di rivalsa degli Armeni? Semplice: facciamo una risoluzione che riconosce come “genocidio” il massacro degli armeni ad opera dell’Impero Ottomano. Certo il milione e mezzo di morti, o quanti furono, ora sentirà la terra meno pesante su di sé: addirittura una risoluzione! Ora sì che cambia tutto. Se si vuole mettere sotto accusa la Turchia, sarebbe il caso di farlo per tutte le sue ambiguità del presente, ma l’Occidente non può farlo, perché sa che in questo ipotetico processo sarebbe co-imputato più che accusatore. E allora, per piacere, si taccia, risparmiandoci l’ennesima giornata della memoria, le ennesime gite scolastiche sui luoghi insanguinati, gli ennesimi film di Spielberg, ma tutto in tono un po’ minore, tutto fatto alla buona, perché il lutto può pure essere universale, ma ha sua gerarchie interne da rispettare. Che noia.

Adriano Scianca



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3 Commenti

  1. Stando al Suo articolo, si rischia la capriola: allora perché discutere ancora di Foibe, Acca Larentia, “Il sangue dei vinti”, i repubblichini, Piazzale Loreto?
    Stando al Suo articolo, anche in quei casi una parte ha vinto l’altra ha perso.
    Punto.

    Andiamo avanti.

    E invece da ambo le parti si fa la conta dei morti! Da ambo le parti!

    (che poi un morto nemmeno può dire:”Per favore, non parlate in mio nome!)

    Anche i Turchi allora non dovrebbero darsi pena… La responsabilità ricadrebbe sui Giovani Turchi del 1915. Perché dovrebbe preoccuparsi un turco nel 2016 se una nazione estera riconosce un genocidio?

    (genocidio di cristiani se non sbaglio…)

    (tra l’altro, nazione estera che è un nano a livello internazionale, si veda la recente Crimea. Sono risibili! E li abbiamo aiutati fin troppo al tempo della Riunificazione delle due Germanie…)

    Tutti vergini! Oh, ogni volta, tutti vergini!

    Smettiamola con questa ipocrisia.

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